lunedì 27 luglio 2026

La colpa di credere in Dio



Viviamo in un'epoca straordinaria. Mai l'umanità ha posseduto così tante conoscenze, così tante tecnologie e così tante opportunità di comunicare. Eppure, paradossalmente, mai come oggi sembra essersi allontanata dalle domande più importanti.

Chi siamo? Perché siamo stati creati? Qual è il senso della nostra vita? Cosa accade dopo la morte?

Sono domande che hanno accompagnato l'uomo fin dall'inizio dei tempi, ma che oggi sembrano quasi fuori moda. Si preferisce parlare di successo, carriera, denaro, vacanze, sport, social network e intelligenza artificiale. Si parla di tutto, tranne che dell'anima.

Lo spazio dedicato a Dio si è ridotto fino a diventare, in molti casi, quasi inesistente. Il mondo dell'invisibile, gli angeli, la misericordia divina, il Giorno del Giudizio e la vita eterna vengono spesso considerati argomenti appartenenti al passato, come se riflettere sul proprio destino fosse una perdita di tempo.

I giovani crescono immersi in una società che offre infinite distrazioni, ma pochissimi momenti di silenzio. Il rumore del mondo è diventato così forte da non lasciare più spazio alla voce della coscienza.

Ma è davvero questo il progresso?

Molti pensano che la religione sia una questione per anziani, qualcosa a cui dedicarsi quando il tempo della vita sta per concludersi. È un'illusione pericolosa, perché proprio la giovinezza è il periodo in cui si costruiscono i valori, si formano le coscienze e si decide quale direzione dare alla propria esistenza.

Chi parla di Dio viene spesso considerato ingenuo, retrogrado o addirittura estremista. Ma dobbiamo davvero vergognarci di credere nel Creatore? È una colpa credere in Colui che ci ha dato la vita, che conosce ciò che custodiamo nel cuore, che ci perdona quando ci pentiamo e che ci richiama continuamente al bene?

È una colpa pregare? Ringraziare? Chiedere perdono? Cercare di vivere secondo i Suoi insegnamenti?

Forse la domanda dovrebbe essere un'altra.

L'uomo moderno afferma spesso di non credere più in Dio. Ma è davvero così?

In realtà, l'essere umano non smette mai di credere. Cambia semplicemente l'oggetto della propria fede.

C'è chi crede nel denaro.

Chi nel potere.

Chi nella fama.

Chi nell'apparenza.

Chi nella tecnologia.

Chi perfino nell'intelligenza artificiale.

Non abbiamo smesso di credere.

Abbiamo semplicemente sostituito Dio con nuovi idoli.

Persino gli algoritmi sono diventati una guida invisibile. Decidono cosa guardiamo, cosa leggiamo, cosa compriamo e, molto spesso, influenzano ciò che desideriamo. Li consultiamo decine di volte al giorno, mentre sempre meno persone dedicano anche solo pochi minuti alla riflessione o alla preghiera.

Ma nessuno di questi nuovi idoli può rispondere alla domanda che prima o poi ogni essere umano si pone, magari nel silenzio della notte o davanti alla perdita di una persona cara:

Perché esisto?

Passeggiare in un parco, osservare la perfezione di un fiore, contemplare il cielo stellato, ascoltare il mare o stringere la mano dei propri genitori dovrebbe risvegliare nel cuore una domanda semplice: tutto questo può davvero essere frutto del caso?

Ogni opera porta la firma del suo autore.

Un dipinto richiama il pittore.

Un libro richiama lo scrittore.

Un palazzo richiama l'architetto.

Come può un universo infinitamente più complesso non richiamare il suo Creatore?

Il Corano invita l'uomo a riflettere:

"In verità, nella creazione dei cieli e della terra e nell'alternarsi della notte e del giorno vi sono segni per coloro che riflettono." (Corano 3:190)

Anche la Bibbia richiama la stessa realtà:

"I cieli narrano la gloria di Dio e il firmamento annuncia l'opera delle sue mani." (Salmo 19:2)

La vera povertà del nostro tempo non è economica.

È spirituale.

Possiamo possedere tutto e sentirci vuoti.

Possiamo conoscere il mondo intero e non conoscere noi stessi.

Possiamo essere sempre connessi e sentirci terribilmente soli.

Forse il problema non è che i giovani abbiano smesso di cercare Dio.

Forse è che gli adulti hanno smesso di testimoniarLo con il proprio esempio.

Una fede vissuta con sincerità non genera paura né fanatismo. Genera responsabilità, misericordia, rispetto, giustizia e speranza.

Credere in Dio non significa rinunciare alla ragione, alla scienza o al progresso. Significa riconoscere che la conoscenza senza valori può diventare distruzione e che il progresso senza spiritualità rischia di lasciare l'uomo sempre più ricco di strumenti, ma sempre più povero di senso.

Il Corano ricorda:

"Non ho creato i jinn e gli uomini se non perché Mi adorassero." (Corano 51:56)

Se lo scopo della nostra esistenza è conoscere e adorare il nostro Creatore, allora la fede non è un peso che limita la libertà dell'uomo, ma la chiave che gli permette di comprendere il significato della propria vita e il destino eterno che lo attende.

Forse il vero coraggio, oggi, non è seguire la massa, ma avere il coraggio di fermarsi, alzare lo sguardo verso il cielo e chiedersi:

"Chi mi ha creato? Perché sono qui? Dove andrò quando questa vita finirà?"

Le risposte a queste domande non cambiano soltanto il modo di morire.

Cambiano, prima di tutto, il modo di vivere.

Alfredo Maiolese 
Presidente della European Muslisms League 

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