La libertà non dovrebbe dipendere dalla quantità di corpo che una donna decide di mostrare o di coprire
“Oltre il velo” è una serie di nove approfondimenti promossa dalla European Muslims League (EML) per affrontare, senza pregiudizi e con il supporto del Corano, delle fonti storiche e di dati internazionali, alcune delle domande più controverse sulla donna nell'Islam e nelle società contemporanee.
Nel primo approfondimento abbiamo posto una domanda: la donna musulmana è davvero sottomessa?
Abbiamo scoperto innanzitutto che non esiste una sola “donna musulmana”. Dall'Indonesia alla Malesia, dall'India all'Europa, dal mondo arabo all'Afghanistan, quasi due miliardi di musulmani vivono all'interno di culture e società profondamente differenti.
Adesso affrontiamo probabilmente il simbolo più utilizzato quando si parla della donna nell'Islam:
il velo.
Che cosa dice veramente il Corano?
Cominciamo direttamente dalla fonte.
Il Corano parla esplicitamente di pudore e di abbigliamento.
Nella Sura An-Nūr viene chiesto alle donne credenti di custodire la propria castità, di non ostentare i propri ornamenti e di coprire il petto con il proprio velo:
Corano 24:31.
Nella Sura Al-Aḥzāb il Profeta Muhammad ﷺ viene invitato a dire alle proprie mogli, alle proprie figlie e alle donne credenti di coprirsi con le loro vesti esterne, secondo un principio di pudore e protezione:
Corano 33:59.
Sarebbe quindi scorretto affermare che il pudore nell'abbigliamento femminile non abbia fondamento nel Corano.
Ma c'è qualcosa che viene ricordato molto meno.
Prima della donna, il Corano parla all'uomo
Immediatamente prima del versetto rivolto alle donne, Allah si rivolge agli uomini:
«“Di' ai credenti di abbassare i loro sguardi e custodire le loro intimità.”»
Corano 24:30.
L'ordine è significativo.
Prima di parlare dello sguardo rivolto alla donna, il Corano chiede all'uomo di controllare il proprio sguardo e il proprio comportamento.
Il concetto islamico di ḥayā', il pudore, non riguarda dunque esclusivamente il corpo femminile.
Riguarda uomini e donne.
Le prescrizioni relative all'abbigliamento non sono necessariamente identiche, ma responsabilità morale, autocontrollo, dignità e rispetto dell'altro appartengono a entrambi.
Ridurre quindi il pudore islamico alla frase “la donna deve coprirsi” significa raccontarne soltanto una parte.
Hijab, niqab e burqa non sono la stessa cosa
Nel dibattito pubblico questi termini vengono spesso utilizzati come sinonimi.
Non lo sono.
L'hijab, nel linguaggio contemporaneo, indica generalmente il velo che copre capelli e collo lasciando scoperto il volto.
Il niqab copre anche il volto lasciando normalmente visibili gli occhi.
Il burqa, associato soprattutto alla tradizione afghana, copre integralmente il corpo e il volto, con una griglia o rete davanti agli occhi.
Il Corano non contiene un versetto che dica:
“Indossate il burqa afghano.”
Il burqa è una specifica forma di abbigliamento sviluppatasi all'interno di un determinato contesto storico e culturale.
Esiste nella tradizione giuridica islamica un ampio dibattito sul grado di copertura richiesto alla donna e, in particolare, sulla copertura del volto.
È quindi necessario distinguere tra principio religioso del pudore, interpretazione giuridica e forma culturale dell'abbigliamento.
E se una donna sceglie liberamente di coprirsi?
Qui nasce una delle contraddizioni più interessanti del nostro tempo.
Quando una donna afferma:
“Il mio corpo è mio e decido io come vestirmi”
quasi tutti, nelle società democratiche, riconosciamo immediatamente il principio della libertà personale.
Ma cosa accade quando quella stessa donna decide:
“Proprio perché il mio corpo è mio, scelgo di coprirlo”?
La sua libertà vale ancora?
Una donna può indossare l'hijab per fede.
Un'altra per identità.
Un'altra perché è cresciuta in una determinata cultura.
Un'altra può decidere di non indossarlo.
Naturalmente esistono anche donne costrette a coprirsi.
La coercizione esiste e non deve essere negata.
Ma l'esistenza della coercizione non autorizza a presumere che ogni donna coperta sia una donna costretta.
Altrimenti commetteremmo un paradosso: per liberare una donna, decideremmo noi come deve vestirsi.
Bikini e burkini: due donne sulla stessa spiaggia
Immaginiamo una scena semplicissima.
Due donne arrivano sulla stessa spiaggia.
Una indossa il bikini.
L'altra il burkini.
Quale delle due è libera?
Se entrambe hanno scelto consapevolmente il proprio abbigliamento e nessuno le ha costrette, la risposta dovrebbe essere altrettanto semplice:
entrambe.
La prima esercita la libertà di mostrare una parte maggiore del proprio corpo.
La seconda esercita la libertà di coprirne una parte maggiore.
Possiamo personalmente preferire una scelta.
Possiamo avere convinzioni religiose, culturali o morali differenti.
Ma se sosteniamo davvero che il corpo appartenga alla donna, dobbiamo riconoscere che appartiene a lei anche quando decide di coprirlo.
La libertà non può funzionare soltanto quando conduce alla scelta che avremmo fatto noi.
Coprirsi per obbligo e scoprirsi per obbligo
Occorre quindi utilizzare lo stesso criterio.
Una donna costretta a coprirsi non è libera nella propria scelta.
Ma neppure una donna costretta a scoprirsi può essere considerata pienamente libera nella propria scelta.
Questo principio non elimina naturalmente le esigenze di identificazione, sicurezza, salute o le altre limitazioni che una legge democratica può stabilire in situazioni determinate.
Ma il punto culturale rimane.
Non possiamo trasformare la quantità di stoffa in uno strumento universale per misurare l'emancipazione.
Il pudore è diventato qualcosa di cui vergognarsi?
La European Muslims League rivendica serenamente il valore islamico del ḥayā', il pudore.
Rivendicarlo non significa condannare chi vive secondo criteri differenti.
Una società pluralista deve poter discutere anche del rapporto fra corpo, intimità, pubblicità, social network, sessualizzazione e modelli proposti ai giovani.
La modernità ci ha giustamente insegnato a non considerare il corpo qualcosa di sporco o vergognoso.
Ma questo non significa che l'intimità abbia necessariamente perso ogni valore.
Il pudore può essere una scelta.
Così come può esserlo una diversa concezione dell'abbigliamento.
Il problema nasce quando una delle due visioni pretende di diventare l'unica forma possibile di libertà.
E la violenza sessuale?
Occorre chiarire anche un punto particolarmente delicato.
Difendere il valore del pudore non significa attribuire alla donna la responsabilità della violenza che subisce.
Una donna non provoca uno stupro perché indossa un bikini, una minigonna o qualsiasi altro indumento.
La responsabilità appartiene all'aggressore.
Possiamo insegnare agli uomini e alle donne il pudore, l'autocontrollo e il rispetto reciproco senza trasformare l'abbigliamento della vittima in una giustificazione per chi commette violenza.
Del resto, il Corano stesso, come abbiamo visto, non comincia dicendo all'uomo come deve vestirsi la donna.
Gli dice innanzitutto:
abbassa il tuo sguardo.
La libertà non si misura in centimetri di stoffa
Forse allora possiamo rispondere alla domanda iniziale.
Hijab, burqa, bikini e burkini appartengono a realtà molto differenti.
Non possiamo considerarli automaticamente simboli universali di oppressione o emancipazione.
Una donna non diventa libera semplicemente perché mostra il proprio corpo.
E non diventa virtuosa semplicemente perché lo copre.
Una donna costretta a indossare qualcosa non è libera nella propria scelta.
Ma neppure una donna alla quale viene proibito un abbigliamento scelto liberamente può essere definita pienamente libera.
La libertà non si misura in centimetri di stoffa.
Si misura nella dignità, nella consapevolezza, nella responsabilità e nella possibilità autentica di scegliere.
E forse la vera sfida non consiste nel convincere tutte le donne a vestirsi allo stesso modo.
Consiste nell'imparare a rispettare una donna anche quando la sua scelta è differente dalla nostra.
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Nel prossimo episodio di “OLTRE IL VELO”
3 di 9 – Afghanistan, matrimoni precoci e infibulazione: Islam o cultura?
Affronteremo alcune delle questioni più difficili senza negarle e senza utilizzarle per accusare un'intera religione.
Quando una pratica viene compiuta da alcuni musulmani, possiamo automaticamente definirla islamica?
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Alfredo Maiolese
Presidente – European Muslims League (EML)
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