sabato 15 agosto 2026

OLTRE IL VELO – LA SERIE COMPLETA

NOVE APPROFONDIMENTI. UN UNICO PERCORSO.

La European Muslims League (EML) presenta “Oltre il velo”, una serie di nove approfondimenti nata da una domanda apparentemente semplice:

La donna musulmana è realmente sottomessa e quella occidentale realmente emancipata?

Da questa domanda siamo arrivati molto più lontano.

Abbiamo parlato di libertà e dignità, hijab e burkini, Afghanistan e Indonesia, matrimoni precoci e mutilazioni genitali femminili, ʿĀʾisha, lavoro e indipendenza economica, condizione della donna occidentale, matrimonio, adulterio, convivenza, poligamia e responsabilità.

Fino ad arrivare alla domanda conclusiva:

Si può vivere senza Dio?

Non abbiamo cercato di contrapporre Islam e Occidente, né la donna musulmana alla donna occidentale.

Abbiamo cercato di andare oltre gli stereotipi.

Perché conoscere significa anche avere il coraggio di affrontare le domande più difficili.


TUTTI GLI EPISODI


1 DI 9 – LA DONNA MUSULMANA È DAVVERO SOTTOMESSA?

Libertà, dignità, fede e condizione femminile tra percezioni e realtà.



2 DI 9 – HIJAB, BURQA, BIKINI E BURKINI: CHI DECIDE COME DEVE VESTIRSI UNA DONNA?

La libertà non dovrebbe essere misurata semplicemente dalla quantità di corpo che una donna decide di mostrare o di coprire.



3 DI 9 – AFGHANISTAN, MATRIMONI PRECOCI E INFIBULAZIONE: ISLAM O CULTURA?

Quando religione, tradizioni tribali, storia, politica e condizioni sociali vengono confuse. Distinguere è indispensabile per comprendere.



4 DI 9 – ʿĀʾISHA: OLTRE UNA POLEMICA DI QUATTORDICI SECOLI

Il matrimonio con il Profeta Muhammad ﷺ, il contesto storico e la donna che sarebbe diventata una delle più importanti autorità intellettuali della prima comunità musulmana.



5 DI 9 – IL DENARO DELLA DONNA MUSULMANA: CHI MANTIENE CHI?

Lavoro, patrimonio personale, matrimonio e responsabilità economiche: che cosa stabilisce realmente la tradizione islamica?



6 DI 9 – LA DONNA OCCIDENTALE È DAVVERO COMPLETAMENTE EMANCIPATA?

Diritti, lavoro, violenza, famiglia e corpo: dopo avere osservato criticamente le società musulmane, applichiamo all’Occidente lo stesso metro.



7 DI 9 – NÉ PROPRIETÀ DELL’UOMO NÉ OGGETTO DELLA SOCIETÀ

Dignità, libertà e responsabilità: andare oltre gli stereotipi sulla donna musulmana e sulla donna occidentale.



8 DI 9 – MATRIMONIO, ADULTERIO E CONVIVENZA: LIBERTÀ O RESPONSABILITÀ?

Matrimonio, fedeltà, coppie di fatto, unioni tra persone dello stesso sesso e poligamia. Differenti concezioni della libertà affettiva e della responsabilità.



9 DI 9 – SI PUÒ VIVERE SENZA DIO?

Due prospettive sulla vita, sulla morale, sulla morte e sull’Aldilà.

Dopo aver discusso per otto episodi di come dovremmo vivere, arriviamo alla domanda più difficile:

Perché viviamo?



PERCHÉ “OLTRE IL VELO”?

Alla fine di questo percorso abbiamo compreso che il velo del titolo non è soltanto quello indossato da alcune donne musulmane.

Esistono molti veli.

Il velo del pregiudizio.

Il velo dell’ignoranza.

Il velo dello stereotipo.

Il velo della propaganda.

Sono forse questi i veli più difficili da rimuovere.

Perché spesso non coprono il volto di chi abbiamo davanti.

Coprono i nostri occhi.


DA UNA DONNA CON IL VELO ALLA DOMANDA SU DIO

Siamo partiti chiedendoci se una donna coperta fosse veramente libera.

Per rispondere abbiamo dovuto parlare della libertà.

Parlando della libertà abbiamo incontrato la scelta.

Parlando della scelta abbiamo incontrato la responsabilità.

Parlando della responsabilità abbiamo incontrato la coscienza.

E parlando della coscienza siamo arrivati alla domanda su Dio.

Forse questo è stato il vero viaggio di “Oltre il velo”.


NOVE ARTICOLI, UNA SOLA CONCLUSIONE

Non dobbiamo difendere la donna musulmana contro quella occidentale.

Dobbiamo difendere la donna.

Non dobbiamo giudicare una persona semplicemente da ciò che indossa.

Dobbiamo imparare a conoscerla.

E non dobbiamo avere paura delle domande difficili.

Perché il dialogo autentico non nasce quando tutti pensiamo allo stesso modo.

Nasce quando possiamo confrontare idee differenti senza perdere il rispetto reciproco.

Andare “oltre il velo” significa allora andare oltre l’apparenza, oltre il pregiudizio e oltre le etichette.

Per incontrare la persona.

Alfredo Maiolese
Presidente – European Muslims League (EML)



OLTRE IL VELO – 9 di 9 SI PUÒ VIVERE SENZA DIO?



Due prospettive sulla vita, sulla morale, sulla morte e sull’Aldilà

“Oltre il velo” è una serie di nove approfondimenti promossa dalla European Muslims League (EML) per affrontare, senza pregiudizi, alcune delle grandi domande sulla donna, sull’uomo, sulla famiglia, sulla libertà, sulla responsabilità e, infine, sul significato stesso della nostra esistenza.

Siamo arrivati all’ultimo episodio.

Abbiamo iniziato parlando di una donna con il velo.

Abbiamo parlato di hijab e bikini, Afghanistan e Indonesia, ʿĀʾisha, matrimonio e adulterio, famiglia e poligamia, libertà e responsabilità.

Ma dietro ognuna di queste questioni ne abbiamo incontrata un’altra.

Perché scegliamo?

Perché esistono dei limiti?

Perché dovremmo essere giusti quando potremmo ottenere un vantaggio comportandoci ingiustamente?

Perché rimanere fedeli quando nessuno potrebbe scoprire un tradimento?

Perché fare il bene?

E soprattutto:

perché siamo qui?

A questo punto siamo andati veramente “oltre il velo”.

Non quello che può coprire il capo di una donna.

Ma quello che separa ciò che vediamo dalla domanda su ciò che potrebbe esistere oltre la nostra vita.


SI PUÒ VIVERE SENZA CREDERE IN DIO?

Certamente sì.

Milioni di esseri umani lo fanno.

Una persona atea può amare profondamente.

Può essere fedele al proprio coniuge.

Può sacrificarsi per i propri figli.

Può assistere un malato.

Può aiutare uno sconosciuto.

Può difendere la giustizia.

Può dedicare la propria vita alla scienza, alla medicina, alla pace o agli altri esseri umani.

Può possedere principi morali profondissimi.

Sarebbe quindi scorretto sostenere che senza fede non possa esistere moralità.

Il credente non possiede il monopolio della bontà.

E il semplice fatto di dichiararsi credente non rende automaticamente buona una persona.

La storia ci ha mostrato uomini religiosi capaci di commettere ingiustizie e persone senza fede capaci di straordinaria generosità.

La domanda interessante è dunque un’altra.


DA DOVE VIENE IL SIGNIFICATO?

Per una persona non credente, il significato della vita può nascere dalla vita stessa.

Dall’amore.

Dalla famiglia.

Dalla conoscenza.

Dall’amicizia.

Dalla solidarietà.

Dalla costruzione di qualcosa che rimarrà dopo di noi.

Dal contribuire al benessere dell’umanità.

Dal lasciare ai nostri figli un mondo migliore di quello che abbiamo ricevuto.

È una prospettiva che merita rispetto.

Ma il credente pone un’altra domanda:

tutto questo esaurisce veramente il significato della nostra esistenza?


SE TUTTO FINISCE CON LA MORTE

Immaginiamo per un momento che non esista nulla dopo la morte.

Nasciamo.

Viviamo alcuni decenni.

Amiamo.

Soffriamo.

Costruiamo.

Perdiamo persone che amiamo.

Invecchiamo.

E moriamo.

Possiamo lasciare figli, opere, ricordi e idee.

Ma un giorno moriranno anche coloro che ci hanno conosciuto.

Questa constatazione non dimostra che una vita senza Dio sia priva di significato.

Molti filosofi sostengono precisamente il contrario.

Ma pone una domanda inevitabile:

esiste un significato ultimo che supera la durata della nostra esistenza?


E LE INGIUSTIZIE CHE NON VENGONO MAI PUNITE?

Esiste poi una domanda ancora più difficile.

Non tutte le vittime ricevono giustizia.

Esistono uomini che commettono atrocità e muoiono senza essere condannati.

Esistono innocenti che soffrono senza ricevere riparazione.

Esistono bambini che muoiono senza avere avuto la possibilità di vivere veramente.

Se la morte rappresenta la conclusione definitiva di tutto, alcune ingiustizie rimarranno semplicemente senza risposta.

La fede introduce una prospettiva radicalmente differente.

Dice che la giustizia umana è necessaria, ma non è l’ultima giustizia.

Che il tribunale degli uomini non è l’ultimo tribunale.

Che nessun bene viene definitivamente perduto.

E che nessuna ingiustizia viene definitivamente dimenticata.


LA PROSPETTIVA DEL CREDENTE

Per il musulmano, l’essere umano non è il prodotto di un’esistenza priva di finalità.

Allah dice nel Corano:

“Pensavate che vi avessimo creati invano e che non sareste stati ricondotti a Noi?”
Corano 23:115

Da questa prospettiva la vita non è un incidente privo di significato.

È un passaggio.

Una responsabilità.

Una prova.

Il Corano afferma:

“Colui che ha creato la morte e la vita per mettervi alla prova e vedere chi di voi meglio opera.”
Corano 67:2

Questo cambia radicalmente il modo di guardare alla vita.

Se questa esistenza è tutto ciò che possediamo, la morte chiude la nostra storia.

Se invece esiste un Aldilà, la morte non rappresenta la cancellazione della persona.

Rappresenta un passaggio.


ESSERE OSSERVATI QUANDO NESSUNO CI VEDE

Nel precedente episodio abbiamo posto una domanda:

se nessuno ci vede, siamo ancora responsabili?

È forse qui che la fede manifesta una delle sue conseguenze più profonde.

Posso ingannare un giudice.

Posso mentire alla mia famiglia.

Posso nascondere denaro.

Posso tradire senza essere scoperto.

Posso costruire un’immagine pubblica completamente diversa dalla mia vita privata.

Ma se credo in Dio, esiste uno spazio nel quale non posso nascondermi:

la mia coscienza davanti al Creatore.

Per il credente la morale non comincia quando arriva la polizia.

Non termina quando nessuno sta guardando.

La responsabilità continua anche nella solitudine.


MA ALLORA IL CREDENTE FA IL BENE SOLTANTO PER PAURA?

No.

Se la religione fosse soltanto paura della punizione, avremmo ridotto la fede a un sistema di sorveglianza.

Nell’Islam esistono timore, speranza e amore.

Il credente teme di commettere ingiustizia.

Spera nella misericordia di Allah.

Ma cerca anche il bene perché riconosce che il bene possiede valore davanti al Creatore.

Fare il bene soltanto per ottenere una ricompensa rappresenterebbe una comprensione molto povera della spiritualità.

La fede dovrebbe trasformare il comportamento anche quando nessuno applaude.


E SE DIO NON ESISTESSE?

È una domanda che un credente non dovrebbe avere paura di ascoltare.

L’ateo può dire:

non ho bisogno di una ricompensa eterna per amare mio figlio.

Non ho bisogno del Paradiso per aiutare un uomo che soffre.

Non ho bisogno della paura dell’Inferno per sapere che uccidere un innocente è sbagliato.

È un’obiezione seria.

E merita una risposta seria.

Il punto della fede non è affermare che l’ateo sia incapace di riconoscere il bene.

La domanda del credente è differente:

perché esistono il bene e il male come qualcosa che pretende di andare oltre il nostro interesse personale?

E soprattutto:

la nostra capacità di riconoscere il bene è soltanto il risultato della nostra storia biologica e sociale oppure indica qualcosa di più profondo?

Qui non esiste una frase capace di chiudere migliaia di anni di filosofia.

Esistono due prospettive che continuano a interrogarsi.


E SE DIO ESISTESSE?

Ma anche il non credente può concedersi, almeno per un istante, la domanda opposta.

E se Dio esistesse?

E se la coscienza non fosse soltanto materia?

E se la morte non fosse la fine?

E se ogni persona incontrata avesse una dignità che supera persino la propria esistenza biologica?

E se ogni ingiustizia dovesse un giorno essere giudicata?

E se ogni gesto di bene, anche quello che nessuno ha visto, avesse un valore eterno?

Il Corano afferma:

“Chi avrà fatto anche solo il peso di un atomo di bene lo vedrà.

E chi avrà fatto anche solo il peso di un atomo di male lo vedrà.”
Corano 99:7-8

Per il credente questa è una delle risposte più potenti al problema dell’apparente inutilità del bene nascosto.

Nulla è inutile.

Nulla è dimenticato.


LA FEDE NON CANCELLA LE DOMANDE

Credere non significa possedere tutte le risposte.

Anche il credente si domanda perché esista la sofferenza.

Perché muoiano i bambini.

Perché Dio permetta alcune tragedie.

Perché una preghiera sembri non ricevere risposta.

Perché alcune persone buone soffrano mentre altre, ingiuste, prosperino.

La fede non elimina automaticamente queste domande.

Offre una prospettiva dalla quale affrontarle.

Allo stesso modo, il non credente deve confrontarsi con altre domande:

perché esiste qualcosa invece del nulla?

Da dove nasce la coscienza?

Esiste una morale oggettiva?

Che cosa significa veramente morire?

Nessuna delle due prospettive dovrebbe essere caricaturizzata.


NON CREDENTE NON SIGNIFICA NEMICO DI DIO

Questo punto è particolarmente importante per una organizzazione impegnata nel dialogo.

Non tutte le persone che non credono in Dio sono militanti contro la religione.

Esistono atei.

Agnostici.

Persone che dubitano.

Persone che hanno perso la fede.

Persone che la stanno cercando.

Persone che semplicemente dicono:

“Non lo so.”

Il dialogo non comincia dicendo loro:

“Tu sei sbagliato.”

Comincia con una domanda:

“Come guardi la vita?”

E con la disponibilità ad ascoltare veramente la risposta.


E IL CREDENTE?

Anche il credente deve interrogarsi.

Perché dire “credo in Dio” è facile.

Molto più difficile è vivere come se davvero ci credessimo.

Che valore ha pregare se poi inganniamo?

Che valore ha parlare di pudore se umiliamo una donna?

Che valore ha parlare di famiglia se tradiamo il coniuge?

Che valore ha digiunare se ignoriamo chi ha fame?

Che valore ha proclamare la grandezza di Allah se utilizziamo la religione per sentirci superiori agli altri?

La fede non dovrebbe essere soltanto qualcosa che pronunciamo.

Dovrebbe essere qualcosa che si vede nel modo in cui trattiamo gli altri.


ALLORA SI PUÒ VIVERE SENZA DIO?

Sì.

Si può vivere senza credere in Dio.

Si può amare.

Si può costruire.

Si può essere moralmente retti.

Si può perfino morire dopo avere vissuto una vita che gli altri ricorderanno con gratitudine.

Ma per il credente la domanda non termina qui.

La domanda diventa:

siamo sicuri che la vita termini con noi?

E se non terminasse?

Se esistesse davvero un Creatore, allora la domanda più importante della nostra esistenza non sarebbe più soltanto:

“Che cosa voglio dalla vita?”

Diventerebbe:

“Perché mi è stata data questa vita e che cosa ne sto facendo?”


OLTRE IL VELO: ALLA FINE ABBIAMO TROVATO UNO SPECCHIO

Siamo partiti dal velo di una donna.

Pensavamo di dover parlare di lei.

Della sua libertà.

Dei suoi diritti.

Del suo corpo.

Della sua famiglia.

Poi abbiamo scoperto che per giudicare la sua libertà dovevamo parlare anche della nostra.

Per parlare della libertà abbiamo dovuto parlare della responsabilità.

Per parlare della responsabilità abbiamo dovuto parlare della coscienza.

E parlando della coscienza siamo arrivati inevitabilmente alla domanda su Dio.

Forse è questo il vero significato del titolo della serie.

Andare “oltre il velo” significa andare oltre ciò che vediamo.

Oltre l’abito.

Oltre l’apparenza.

Oltre l’etichetta “musulmano”, “cristiano”, “ebreo”, “ateo” o “agnostico”.

Fino alla persona.


L’ULTIMA DOMANDA

Non chiediamo al lettore di concludere questa serie pensando esattamente come noi.

Sarebbe contrario allo spirito con il quale l’abbiamo iniziata.

Chiediamo qualcosa di più semplice.

Fermarsi per qualche minuto.

Guardare la propria vita.

Le persone amate.

Le persone ferite.

Il bene compiuto.

Gli errori commessi.

Il tempo trascorso.

Quello che forse rimane.

E porsi, almeno una volta, senza paura, una domanda:

“Se Dio esiste e un giorno dovessi tornare a Lui, che cosa direbbe di come ho utilizzato la vita che mi è stata affidata?”

Per il credente la risposta non è soltanto filosofica.

È il senso stesso dell’esistenza.

Per chi non crede rimane una domanda alla quale è libero di dare un’altra risposta.

Ma forse credenti e non credenti possono incontrarsi almeno in un punto:

questa vita è preziosa.

Il tempo è prezioso.

La dignità dell’altro è preziosa.

E qualunque risposta diamo alla domanda su Dio, abbiamo la responsabilità di non sprecare il tempo che ci è stato dato.


FINE DELLA SERIE “OLTRE IL VELO”

Nove approfondimenti.

Siamo partiti chiedendoci se una donna coperta fosse libera.

Concludiamo chiedendoci che cosa significhi essere veramente liberi.

Forse la libertà più grande non consiste nel poter fare tutto ciò che desideriamo.

Consiste nel comprendere chi siamo, scegliere consapevolmente come vivere e assumere la responsabilità delle nostre scelte.

Per il credente, con una certezza ulteriore:

la morte non avrà l’ultima parola.

Alfredo Maiolese
Presidente – European Muslims League (EML)

#EuropeanMuslimsLeague #OltreIlVelo #Faith #MeaningOfLife #Afterlife #HumanDignity #InterculturalDialogue
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OLTRE IL VELO – 8 di 9 MATRIMONIO, ADULTERIO E CONVIVENZA: LIBERTÀ O RESPONSABILITÀ?



Quando amare significa anche assumersi un impegno

“Oltre il velo” è una serie di nove approfondimenti promossa dalla European Muslims League (EML) per affrontare, senza pregiudizi e attraverso il Corano, le fonti storiche, i dati e il confronto tra differenti modelli culturali, alcune delle domande più delicate sulla donna, sull’uomo, sulla famiglia e sulla libertà nelle società contemporanee.

Abbiamo iniziato questa serie chiedendoci se la donna musulmana fosse realmente sottomessa.

Ma parlando di donna abbiamo inevitabilmente incontrato l’uomo.

Parlando di libertà abbiamo incontrato la responsabilità.

Parlando di sessualità abbiamo incontrato il pudore.

Parlando di famiglia abbiamo incontrato il matrimonio.

Arriviamo così a una domanda che riguarda musulmani e non musulmani:

Essere liberi significa poter vivere le proprie relazioni senza vincoli, oppure essere liberi significa anche poter scegliere un vincolo e assumersene la responsabilità?


IL MATRIMONIO NELL’ISLAM NON È SOLTANTO UNA CERIMONIA

Nell’Islam il matrimonio, nikāḥ, non è semplicemente la celebrazione pubblica di un sentimento.

È un patto.

Crea diritti e doveri.

Riguarda l’uomo e la donna, ma produce conseguenze anche sui figli, sul patrimonio, sulla responsabilità economica, sulla filiazione e sulla società.

Il Corano utilizza per il matrimonio un’espressione particolarmente forte, parlando di un “patto solenne” (mīthāqan ghalīẓā, Corano 4:21).

Ma contemporaneamente descrive la relazione coniugale attraverso parole completamente differenti dal dominio e dalla paura:

“Ha posto tra voi amore e misericordia.”
Corano 30:21

Patto, amore e misericordia.

Forse queste tre parole spiegano meglio di molte discussioni la concezione islamica del matrimonio.


E LA POLIGAMIA?

Una delle questioni più frequentemente utilizzate per criticare la concezione islamica della famiglia è la possibilità per un uomo di avere più di una moglie.

Non nascondiamola.

Il Corano consente all’uomo di sposare fino a quattro donne, ma pone immediatamente una condizione estremamente seria:

“Se temete di non essere giusti, allora una sola.”
Corano 4:3

E afferma inoltre:

“Non potrete mai essere perfettamente equi tra le mogli, anche se lo desiderate.”
Corano 4:129

La poligamia, nella concezione islamica, non è libertà sessuale senza limiti né una moltiplicazione di relazioni occasionali.

È la possibilità di contrarre ulteriori matrimoni, ciascuno dei quali comporta diritti, doveri e responsabilità.

La seconda donna non viene concepita come un’amante clandestina.

È una moglie.

Ha diritto al mahr, la dote nuziale, al mantenimento e agli altri diritti derivanti dal matrimonio secondo la legge e il diritto familiare applicabili.

Anche i figli nati dal matrimonio hanno una filiazione riconosciuta e i relativi diritti.

L’uomo, quindi, non assume soltanto una nuova relazione.

Assume una nuova responsabilità.

Storicamente la poligamia ha potuto inoltre rispondere a differenti circostanze sociali e familiari: vedove con figli rimaste senza sostegno, squilibri demografici conseguenti alle guerre o situazioni nelle quali una coppia non riusciva ad avere figli e poteva affrontare il problema attraverso un secondo matrimonio anziché attraverso una relazione clandestina.

Dobbiamo però essere rigorosi: queste sono possibili circostanze storiche, sociali o personali, non condizioni poste dal Corano per autorizzare un secondo matrimonio.

Anche sul consenso della prima moglie occorre essere precisi.

Non può essere presentato come requisito universale del diritto islamico classico. Oggi, tuttavia, le legislazioni dei Paesi musulmani regolano la poligamia in maniera molto differente e possono prevedere autorizzazioni, condizioni, restrizioni o tutele specifiche; anche il contratto matrimoniale può assumere rilevanza secondo l’ordinamento applicabile.

Questo punto permette di comprendere una differenza fondamentale.

Un uomo che intrattiene segretamente una relazione extraconiugale tradisce il proprio matrimonio senza assumere verso l’altra donna le responsabilità di un marito.

Nel matrimonio poligamico islamicamente riconosciuto, invece, l’uomo non può pretendere soltanto i benefici di una relazione: deve assumerne anche gli obblighi.

Questo non significa che la poligamia sia adatta a ogni famiglia.

Non significa negare la gelosia, la sofferenza o i conflitti che possono nascere.

E non significa neppure che essa rappresenti la forma ordinaria del matrimonio musulmano contemporaneo.

La domanda, allora, non dovrebbe essere soltanto:

“Quante donne può sposare un uomo?”

Ma anche:

“Quante responsabilità è realmente capace di assumersi con giustizia?”

Perché nella concezione islamica un diritto non dovrebbe mai essere separato dal dovere che porta con sé.


L’ADULTERIO: IL DIVIETO RIGUARDA LA DONNA O ANCHE L’UOMO?

Uno degli stereotipi più pericolosi consiste nel pensare che la morale sessuale islamica riguardi soprattutto la donna.

Non è così.

Il Corano afferma:

“Non avvicinatevi alla zinā. È davvero una turpitudine e una cattiva via.”
Corano 17:32

Il comando non dice:

“Donne, non commettete adulterio.”

Si rivolge alla comunità.

Uomo e donna sono entrambi moralmente responsabili.

Non esiste un adulterio che diventa moralmente accettabile perché commesso dall’uomo.

Una società che pretende fedeltà dalla moglie e considera normale l’infedeltà del marito non sta applicando due principi islamici.

Sta applicando due pesi e due misure.


PERCHÉ L’ISLAM È COSÌ SEVERO SULL’ADULTERIO?

Per comprenderlo dobbiamo uscire dalla sola dimensione sessuale.

Un tradimento può coinvolgere molte persone.

Il coniuge.

I figli.

Le famiglie.

La fiducia.

La stabilità emotiva.

In alcune situazioni anche questioni patrimoniali e di filiazione.

Per questo l’Islam non considera la sessualità qualcosa di sporco.

Al contrario, la riconosce all’interno di un rapporto nel quale desiderio e responsabilità vengono uniti.

Il problema non è l’amore.

Il problema è separare completamente il desiderio dalle conseguenze delle nostre azioni.


E LE COPPIE DI FATTO?

Qui dobbiamo distinguere la prospettiva religiosa da quella civile.

Nelle società europee milioni di persone convivono senza essere sposate. Gli ordinamenti giuridici riconoscono, in forme differenti, diritti e tutele alle coppie non sposate.

Questa è una realtà sociale e giuridica che deve essere descritta senza insultare o giudicare le persone.

Dal punto di vista islamico, tuttavia, una relazione sessuale al di fuori del matrimonio non equivale al nikāḥ.

Dire questo non significa mancare di rispetto a chi compie una scelta diversa.

Significa semplicemente essere chiari:

La libertà religiosa comprende anche il diritto di una religione a proporre un modello morale differente da quello prevalente nella società.


E LE UNIONI TRA PERSONE DELLO STESSO SESSO?

È opportuno affrontare con la stessa chiarezza anche un’altra questione contemporanea.

Nella concezione islamica classica, il nikāḥ è l’unione matrimoniale tra un uomo e una donna.

La tradizione giuridica islamica non riconosce quindi come matrimonio religioso un’unione tra persone dello stesso sesso e considera illeciti i rapporti sessuali tra persone dello stesso sesso.

Questa posizione religiosa deve poter essere espressa con chiarezza.

Ma occorre aggiungere qualcosa di altrettanto importante.

Affermare una norma religiosa non significa autorizzare disprezzo, umiliazione, discriminazione o violenza verso una persona.

Una cosa è il giudizio morale che una religione formula su determinati comportamenti.

Un’altra è la dignità dell’essere umano.

In una società pluralista convivono musulmani, cristiani, ebrei, appartenenti ad altre religioni, agnostici e atei, con concezioni anche profondamente differenti della famiglia e della sessualità.

Il dialogo autentico non consiste nel fingere che queste differenze non esistano.

Consiste nel poterle esprimere senza odio e nel rispetto reciproco.


MA ANCHE IL MATRIMONIO PUÒ FALLIRE

Difendere il matrimonio non significa idealizzarlo.

Esistono matrimoni musulmani infelici.

Esistono tradimenti.

Esistono separazioni.

Esistono uomini violenti.

Esistono donne che tradiscono.

Esistono famiglie nelle quali la religione viene invocata per nascondere comportamenti che con misericordia e giustizia hanno poco a che fare.

Il matrimonio, da solo, non rende virtuosa una persona.

E una cerimonia religiosa non trasforma automaticamente una relazione sbagliata in una relazione sana.

L’Islam stesso riconosce che un matrimonio possa terminare.

Il divorzio esiste nella giurisprudenza islamica.

Perché proteggere la famiglia non può significare obbligare due persone a vivere per sempre nella violenza o nell’umiliazione.


IL MATRIMONIO PROTEGGE SEMPRE LA DONNA?

Non necessariamente.

Dipende da come viene vissuto.

Un matrimonio nel quale la moglie viene privata dei propri diritti, maltrattata o umiliata non diventa giusto soltanto perché porta il nome di matrimonio.

Ma un’unione formalizzata può creare responsabilità chiare.

Chi deve contribuire economicamente?

Quali sono i diritti dei figli?

Quali responsabilità esistono in caso di separazione?

Che cosa accade al patrimonio?

La formalizzazione di un rapporto non dovrebbe servire a imprigionare due persone.

Dovrebbe servire anche a rendere visibili le responsabilità reciproche.


LA FEDELTÀ È UNA PERDITA DI LIBERTÀ?

Arriviamo allora alla domanda centrale.

Quando due persone si promettono fedeltà, stanno perdendo libertà?

In un certo senso rinunciano volontariamente ad alcune possibilità.

Ma questo accade in moltissimi aspetti importanti della vita.

Quando diventiamo genitori assumiamo responsabilità che limitano alcune nostre possibilità.

Quando accettiamo un incarico assumiamo obblighi.

Quando facciamo una promessa rinunciamo alla libertà di comportarci come se quella promessa non fosse mai esistita.

Eppure non consideriamo automaticamente tutto questo oppressione.

Perché esiste una differenza fondamentale tra un vincolo imposto e un impegno liberamente assunto.


FORSE ABBIAMO CONFUSO LIBERTÀ E ASSENZA DI LIMITI

La società contemporanea ci ha insegnato giustamente a difendere la libertà individuale.

Ma la libertà può essere interpretata in due modi.

“Sono libero perché nessuno può impormi nulla.”

Oppure:

“Sono libero anche perché posso scegliere consapevolmente qualcosa e rimanere fedele alla mia scelta.”

La seconda forma di libertà contiene una parola fondamentale:

Responsabilità.


ANCHE IL DESIDERIO HA DEI LIMITI?

Se desideriamo qualcosa, il fatto stesso di desiderarla ci attribuisce automaticamente il diritto di ottenerla?

Naturalmente no.

La vita sociale è costruita anche sulla capacità di governare alcuni desideri.

Lo facciamo per rispetto della legge.

Per rispetto degli altri.

Per i nostri figli.

Per la nostra salute.

Per mantenere una promessa.

La prospettiva religiosa aggiunge un ulteriore livello:

Lo facciamo anche perché crediamo di essere moralmente responsabili davanti a Dio.

Ed è proprio qui che questa serie arriva alla sua domanda finale.


SE NESSUNO VEDE, SIAMO ANCORA RESPONSABILI?

Un marito può tradire senza essere scoperto.

Una moglie può mentire.

Una persona può vivere una doppia vita senza che la società ne venga mai a conoscenza.

Se la morale dipendesse esclusivamente dallo sguardo degli altri, ciò che nessuno scopre potrebbe sembrare irrilevante.

La fede introduce invece un’altra prospettiva.

L’essere umano non è responsabile soltanto quando qualcuno lo osserva.

È responsabile anche nella solitudine.

Non perché debba vivere continuamente nella paura.

Ma perché ritiene che le proprie azioni abbiano un significato che supera l’approvazione sociale.


DALLA DONNA ALLA DOMANDA SULL’ESSERE UMANO

Forse qualcuno si domanderà che cosa abbia a che fare tutto questo con una serie iniziata parlando del velo.

Molto.

Abbiamo scoperto che dietro il velo c’era la libertà.

Dietro la libertà abbiamo trovato la scelta.

Dietro la scelta abbiamo trovato la responsabilità.

E dietro la responsabilità troviamo adesso una domanda ancora più grande:

Responsabili davanti a chi?

Per il credente la risposta comprende Dio.

Per l’ateo o il non credente può essere completamente differente.

E sarebbe profondamente scorretto sostenere che chi non crede in Dio sia automaticamente privo di morale.

Un ateo può amare.

Può essere fedele.

Può sacrificarsi per i propri figli.

Può aiutare uno sconosciuto.

Può dedicare la propria vita agli altri.

Può essere profondamente onesto.

La vera domanda quindi non è:

“Può una persona essere buona senza credere in Dio?”

Certamente può esserlo.

La domanda filosofica è molto più profonda:

Se non esistono Dio e un’altra vita, quale significato ultimo possiamo attribuire alla nostra esistenza, al bene compiuto e alle ingiustizie rimaste impunite?

E, al contrario:

Se Dio esiste e la morte non rappresenta la fine, come dovrebbe cambiare il nostro modo di vivere, amare, scegliere e utilizzare la nostra libertà?

È da questa domanda che partirà l’ultimo episodio.


NEL PROSSIMO E ULTIMO EPISODIO DI “OLTRE IL VELO”

9 di 9 – SI PUÒ VIVERE SENZA DIO?

Due prospettive sulla vita, sulla morale, sulla morte e sull’Aldilà.

Non sarà un processo all’ateismo.

E non sarà una predica.

Proveremo a mettere davanti al lettore due prospettive.

Quella di chi ritiene che questa vita sia l’unica che possediamo.

E quella di chi crede che la nostra esistenza continui oltre la morte e che un giorno saremo chiamati a rispondere delle nostre azioni.

Il Corano pone una domanda straordinariamente semplice:

“Pensavate che vi avessimo creati invano e che non sareste stati ricondotti a Noi?”
Corano 23:115

Dopo aver discusso per otto episodi come dovremmo vivere, rimane forse la domanda più difficile:

Perché viviamo?


Alfredo Maiolese
Presidente – European Muslims League (EML)


#EuropeanMuslimsLeague #OltreIlVelo #Marriage #Family #FaithAndSociety #Responsibility #InterculturalDialogue

OLTRE IL VELO – 7 di 9 NÉ PROPRIETÀ DELL’UOMO NÉ OGGETTO DELLA SOCIETÀ



Dignità, libertà e responsabilità: oltre gli stereotipi sulla donna musulmana e occidentale

“Oltre il velo” è una serie di nove approfondimenti promossa dalla European Muslims League (EML) per affrontare, senza pregiudizi e con il supporto del Corano, delle fonti storiche e dei dati internazionali, alcune delle domande più controverse sulla donna nell’Islam e nelle società contemporanee.

Nel precedente approfondimento abbiamo applicato all’Occidente lo stesso metro utilizzato parlando delle società musulmane.

Abbiamo riconosciuto le grandi conquiste delle donne occidentali, senza nascondere femminicidio, violenza, doppio carico familiare, pressione estetica e commercializzazione del corpo.

E siamo arrivati a una frase:

“Non abbiamo bisogno di difendere la donna musulmana contro quella occidentale. Abbiamo bisogno di difendere la donna.”

Partiamo da qui.


ABBIAMO CERCATO DUE DONNE CHE NON ESISTONO

Per troppo tempo abbiamo parlato della “donna musulmana” e della “donna occidentale” come se esistessero due figure universali.

Ma non esistono.

Una professionista musulmana di Kuala Lumpur, una madre di Kabul, una studentessa di Jakarta, una donna del Cairo, una musulmana italiana e una donna del Golfo possono condividere la stessa fede e vivere realtà profondamente differenti.

Allo stesso modo, una dirigente di Milano, una madre disoccupata, una giovane studentessa di Parigi e una donna vittima di violenza domestica vivono tutte in Occidente, ma non condividono automaticamente la stessa libertà.

Il passaporto non misura l’emancipazione.

E neppure la religione, da sola, può raccontare l’intera vita di una donna.


IL VELO NON CI DICE CHI ABBIAMO DAVANTI

Durante questa serie siamo tornati molte volte sull’abbigliamento perché proprio il velo è diventato uno dei simboli più potenti dello scontro culturale.

Una donna con l’hijab viene talvolta considerata automaticamente oppressa.

Una donna poco vestita può essere giudicata, in altri ambienti, automaticamente priva di pudore o dignità.

Sono due errori speculari.

Non sappiamo se una donna sia libera semplicemente guardandola.

Una donna costretta a coprirsi non è libera nella propria scelta.

Ma neppure una donna costretta a scoprirsi lo è.

Il Corano prescrive il pudore e si rivolge sia agli uomini sia alle donne.

Prima delle indicazioni rivolte alle donne, ordina agli uomini credenti di abbassare lo sguardo e custodire la propria castità (Corano 24:30-31).

Il pudore islamico non dovrebbe quindi essere trasformato in una responsabilità esclusivamente femminile.


DUE DONNE SULLA STESSA SPIAGGIA

Torniamo all’immagine utilizzata nel secondo episodio.

Due donne arrivano sulla stessa spiaggia.

Una indossa il bikini.

L’altra il burkini.

Quale delle due è libera?

Dopo questo percorso possiamo rispondere con maggiore consapevolezza.

Non lo sappiamo semplicemente guardandole.

Se entrambe hanno scelto liberamente, entrambe stanno esercitando una libertà.

Se una delle due è stata costretta, allora dietro due immagini apparentemente opposte troviamo lo stesso problema:

qualcun altro ha deciso per lei.

Ecco perché la libertà non si misura in centimetri di stoffa.


ISLAM: RICONOSCERE I PRINCIPI SENZA NASCONDERE I PROBLEMI

Essere musulmani non significa sostenere che tutto ciò che avviene nel mondo musulmano sia giusto.

Sarebbe un errore.

Esistono discriminazioni.

Esistono violenze.

Esistono tradizioni patriarcali.

Esistono interpretazioni estremamente restrittive.

Esistono donne alle quali vengono negate opportunità che altre donne musulmane possiedono normalmente in altri Paesi.

Riconoscere questi problemi non significa attaccare l’Islam.

Significa distinguere la fede dalle azioni degli esseri umani.

Il Corano afferma:

“I credenti e le credenti sono alleati gli uni degli altri.”
Corano 9:71

Uomini e donne vengono qui descritti non come nemici né come concorrenti, ma come persone che condividono responsabilità morali.


OCCIDENTE: RICONOSCERE LE CONQUISTE SENZA DICHIARARE CONCLUSA LA STORIA

Dobbiamo utilizzare esattamente lo stesso criterio con l’Occidente.

Le conquiste femminili occidentali sono enormi e devono essere riconosciute.

Istruzione.

Voto.

Lavoro.

Autonomia economica.

Partecipazione politica.

Tutela giuridica.

Libertà personale.

Ma abbiamo anche visto che milioni di donne europee continuano a subire violenza.

Abbiamo parlato di femminicidio, violenza domestica e sessuale.

Abbiamo osservato il doppio carico che molte donne sostengono tra professione e famiglia.

E ci siamo chiesti se il corpo femminile, liberato da antiche imposizioni, possa talvolta essere trasformato in strumento commerciale, immagine da vendere o modello al quale conformarsi.

Dire questo non significa rifiutare la modernità.

Significa ricordare che nessuna civiltà può proclamarsi arrivata alla fine del proprio cammino.


NÉ PROPRIETÀ DELL’UOMO...

Per secoli, in molte parti del mondo e all’interno di culture differenti, la donna è stata considerata subordinata all’autorità maschile.

Questo modello deve essere superato.

Un marito non possiede sua moglie.

Il matrimonio non è un contratto di proprietà.

L’autorità familiare non autorizza violenza, umiliazione o appropriazione dei beni della donna.

Nel diritto islamico, come abbiamo visto nei precedenti episodi, il patrimonio della moglie conserva una propria autonomia.

Ma i diritti scritti nei testi devono diventare realtà nella vita quotidiana.

Non basta proclamare la dignità della donna.

Bisogna rispettarla.


...NÉ OGGETTO DELLA SOCIETÀ

Ma liberare la donna dall’essere proprietà dell’uomo non significa consegnarla a un altro padrone.

Il mercato.

La moda.

La pubblicità.

L’approvazione sociale.

Gli algoritmi.

L’ossessione per il corpo perfetto.

La necessità di apparire sempre giovane, desiderabile e disponibile allo sguardo altrui.

Non ogni donna che sceglie di mostrare il proprio corpo è sfruttata.

Sostenerlo sarebbe paternalistico e contrario allo stesso principio di libertà che stiamo difendendo.

Ma non possiamo neppure fingere che pubblicità, social network e modelli estetici non esercitino alcuna pressione.

Una donna non dovrebbe dover appartenere né a un uomo né al giudizio della società.


LA FAMIGLIA NON DEVE ESSERE UN CAMPO DI BATTAGLIA

Un altro errore consiste nel trasformare continuamente uomo e donna in avversari.

Chi comanda?

Chi guadagna di più?

Chi mantiene chi?

Chi deve occuparsi dei figli?

Chi ha più diritti?

Una famiglia non dovrebbe essere costruita come una competizione.

Nella visione islamica, uomo e donna possono avere diritti e responsabilità che non sono necessariamente identici in ogni aspetto, ma entrambi possiedono dignità e responsabilità morale.

Il Corano descrive inoltre il matrimonio attraverso un’immagine straordinariamente delicata:

“Ha posto tra voi amore e misericordia.”
Corano 30:21

Forse dovremmo ricordare più spesso queste due parole:

amore e misericordia.


ALLORA CHI È LA DONNA VERAMENTE EMANCIPATA?

Possiamo finalmente provare a rispondere.

È la donna che può studiare.

Che può conoscere.

Che può esprimere la propria opinione.

Che può possedere i propri beni.

Che può lavorare.

Che può scegliere, quando le condizioni lo permettono, di dedicare parte della propria vita alla famiglia senza essere considerata inferiore.

Che può diventare madre senza vedere cancellata la propria identità.

Che può professare la propria fede.

Che può indossare un hijab senza essere automaticamente considerata oppressa.

Che viene protetta dalla violenza.

Che possiede una voce.

Che può dire sì.

E soprattutto che può dire no.


MA LA SCELTA È SEMPRE VERAMENTE LIBERA?

Abbiamo utilizzato molte volte una parola:

scelta.

Ma anche questa parola richiede prudenza.

Non tutte le scelte avvengono nel vuoto.

La famiglia può esercitare pressione.

La religione può essere utilizzata impropriamente per esercitare pressione.

Ma anche il denaro può farlo.

La pubblicità.

Il gruppo sociale.

I social network.

La necessità di essere accettati.

I modelli estetici.

Per questo la libertà autentica richiede qualcosa di più della semplice possibilità formale di scegliere.

Richiede istruzione, consapevolezza, sicurezza, dignità e responsabilità.


NON DOBBIAMO SCEGLIERE UNA VINCITRICE

Non proclameremo vincitrice né la donna musulmana né quella occidentale.

Perché sarebbe proprio questo l’errore che questa serie vuole superare.

Non esiste una gara.

Una donna musulmana può insegnare qualcosa a una donna occidentale.

Una donna occidentale può insegnare qualcosa a una donna musulmana.

Entrambe possono imparare l’una dall’altra senza rinunciare alla propria identità.

Il dialogo interculturale non significa stabilire chi debba arrendersi.

Significa avere abbastanza sicurezza nella propria identità da riuscire ad ascoltare quella dell’altro.


OLTRE IL VELO

Abbiamo chiamato questa serie “Oltre il velo”.

Ma forse il velo del titolo non è soltanto quello indossato da alcune donne musulmane.

Esistono molti veli.

Il velo del pregiudizio.

Il velo dell’ignoranza.

Il velo dello stereotipo.

Il velo della propaganda.

Sono questi i veli più difficili da rimuovere.

Perché spesso non coprono il volto di chi abbiamo davanti.

Coprono i nostri occhi.


DALLA LIBERTÀ ALLA RESPONSABILITÀ

Ma il nostro percorso non è ancora terminato.

Se diciamo che una donna e un uomo devono essere liberi di scegliere, dobbiamo affrontare una seconda domanda:

che cosa accade dopo la scelta?

Perché scegliere significa anche assumersi delle responsabilità.

Amare qualcuno può significare promettere fedeltà.

Creare una famiglia significa assumere doveri.

Avere dei figli significa accettare responsabilità che continuano anche quando diventano difficili.

Ed è qui che dobbiamo affrontare un altro tema sul quale Islam e società contemporanea spesso dialogano, ma anche si confrontano:

il matrimonio.

L’adulterio.

La convivenza.

La poligamia.

Le differenti concezioni delle relazioni affettive.

Non per stabilire chi sia moralmente superiore.

Ma per porre una domanda:

la libertà consiste nell’assenza di ogni vincolo oppure può consistere anche nella capacità di assumere liberamente un impegno e rimanervi fedeli?


NEL PROSSIMO EPISODIO DI “OLTRE IL VELO”

8 di 9 – MATRIMONIO, ADULTERIO E CONVIVENZA: LIBERTÀ O RESPONSABILITÀ?

Parleremo del matrimonio nell’Islam, della fedeltà richiesta tanto all’uomo quanto alla donna, delle coppie di fatto, delle unioni tra persone dello stesso sesso e della poligamia.

Senza nascondere le differenze.

Senza insultare chi compie scelte differenti.

E senza confondere libertà con assenza di responsabilità.

Perché forse la domanda non è soltanto:

“Che cosa sono libero di fare?”

Ma anche:

“Di che cosa sono disposto ad assumermi la responsabilità?”


Alfredo Maiolese
Presidente – European Muslims League (EML)


#EuropeanMuslimsLeague #OltreIlVelo #WomensDignity #WomenAndIslam #FreedomOfChoice #InterculturalDialogue #HumanRights
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OLTRE IL VELO – 6 di 9 La donna occidentale è davvero completamente emancipata?



Diritti, lavoro, violenza, famiglia e corpo: applicare all'Occidente lo stesso metro utilizzato per il mondo musulmano

“Oltre il velo” è una serie di sette approfondimenti promossa dalla European Muslims League (EML) per affrontare, senza pregiudizi e con il supporto del Corano, delle fonti storiche e di dati internazionali, alcune delle domande più controverse sulla donna nell'Islam e nelle società contemporanee.

Nei precedenti approfondimenti abbiamo guardato criticamente anche all'interno delle società musulmane.

Abbiamo parlato dell'Afghanistan, dei matrimoni precoci, delle mutilazioni genitali femminili, delle diverse interpretazioni dell'abbigliamento islamico e delle responsabilità economiche all'interno della famiglia.

Non abbiamo nascosto i problemi.

Adesso, per essere coerenti, dobbiamo fare esattamente la stessa cosa con l'Occidente.

Non per contrapporre una civiltà all'altra.

Non per sostenere che la donna occidentale sia sottomessa.

Ma per verificare una convinzione molto diffusa:

vivere in Occidente significa essere automaticamente una donna emancipata?

Le conquiste dell'Occidente vanno riconosciute

Cominciamo da ciò che sarebbe intellettualmente scorretto negare.

Negli ultimi due secoli le donne europee hanno conquistato diritti fondamentali.

Il diritto di voto.

L'accesso generalizzato all'istruzione.

L'università.

L'ingresso nelle professioni.

L'indipendenza economica.

La partecipazione politica.

La possibilità di ricoprire le più alte responsabilità istituzionali.

Le legislazioni contro la discriminazione e la violenza.

Sono conquiste enormi.

Molte sono state ottenute grazie al coraggio di donne che hanno combattuto contro discriminazioni considerate, nella loro epoca, perfettamente normali.

Riconoscerlo non indebolisce la nostra riflessione.

La rende credibile.

Ma avere diritti significa non subire più violenza?

Qui arrivano i dati.

Secondo la grande indagine europea sulla violenza di genere diffusa da Eurostat, dall'Agenzia dell'Unione europea per i diritti fondamentali e dall'Istituto europeo per l'uguaglianza di genere, circa una donna su tre nell'Unione europea ha sperimentato violenza di genere nel corso della vita adulta.

Eurostat ha quantificato in circa 50 milioni le donne tra 18 e 74 anni, pari al 31%, che hanno sperimentato violenza fisica o minacce e/o violenza sessuale.

Tra le donne che hanno avuto un partner, una quota significativa riferisce inoltre violenza fisica, sessuale o psicologica all'interno della relazione.

Sono numeri enormi.

Ma dobbiamo interpretarli correttamente.

Non dimostrano che l'Europa sia peggiore del mondo musulmano.

Non permettono neppure confronti semplicistici tra Paesi, perché denuncia, definizioni statistiche e raccolta dei dati possono essere differenti.

Dimostrano però qualcosa che dovrebbe unirci:

l'emancipazione legislativa non elimina automaticamente la violenza.

Il femminicidio non ha religione

Quando una donna viene uccisa perché donna, dal partner o dall'ex partner, cerchiamo spesso una spiegazione culturale.

Quando l'assassino appartiene a una minoranza religiosa, la sua religione può diventare immediatamente parte del racconto pubblico.

Quando l'assassino appartiene alla maggioranza, più facilmente parliamo di gelosia, possesso, violenza domestica o incapacità di accettare la separazione.

Dobbiamo stare attenti.

La cultura può certamente influenzare comportamenti e concezioni della donna.

Anche interpretazioni religiose distorte possono farlo.

Ma nessuna religione dovrebbe diventare una scorciatoia per spiegare ogni crimine commesso da un suo appartenente.

Il femminicidio esiste nelle società musulmane.

Esiste in Europa.

Esiste in società religiose e secolarizzate.

La vittima non diventa meno morta in base alla religione dell'assassino.

Lavorare significa essere libere?

L'indipendenza economica rappresenta uno degli strumenti più importanti attraverso i quali una donna può sottrarsi alla dipendenza e, in alcuni casi, anche a una relazione violenta.

Questo deve essere detto chiaramente.

Ma esiste un'altra realtà.

Milioni di donne europee svolgono un lavoro retribuito e, una volta tornate a casa, continuano a sostenere una parte importante del lavoro domestico, dell'organizzazione familiare e della cura dei figli o degli anziani.

È quello che viene spesso definito doppio carico.

L'emancipazione ha permesso alla donna di entrare pienamente nel mondo del lavoro.

La domanda successiva è:

la famiglia e la società hanno redistribuito altrettanto velocemente tutte le responsabilità che prima gravavano prevalentemente su di lei?

Non sempre.

Per questo uno stipendio può rappresentare libertà economica senza risolvere automaticamente ogni disuguaglianza.

E la donna che sceglie la famiglia?

Nel precedente approfondimento abbiamo posto una domanda.

Se una donna può permettersi di non svolgere un lavoro esterno e sceglie liberamente di dedicare una parte importante della propria vita ai figli e alla famiglia, dobbiamo considerarla meno emancipata?

Sarebbe paradossale se la battaglia per dare alle donne più possibilità terminasse imponendo loro una sola possibilità socialmente rispettabile.

Lavorare deve essere un diritto.

Studiare deve essere un diritto.

Costruire una carriera deve essere un diritto.

Ma anche la maternità e la cura familiare devono conservare dignità sociale.

La parola decisiva continua ad essere:

scelta.

Il corpo liberato può diventare un prodotto?

Arriviamo a un tema ancora più delicato.

Una delle grandi trasformazioni della società occidentale è stata la liberazione del corpo femminile da molti divieti e imposizioni.

Una donna può scegliere come vestirsi.

Può andare in spiaggia in bikini.

Può esprimere la propria femminilità senza dover chiedere il permesso a un uomo.

È una libertà che va rispettata.

Ma possiamo contemporaneamente domandarci:

il corpo liberato da un obbligo può diventare oggetto di una nuova pressione?

Pubblicità, moda, spettacolo e soprattutto social network propongono continuamente modelli estetici.

Essere giovani.

Essere magre.

Essere sensuali.

Mostrarsi.

Ricevere approvazione.

Confrontare il proprio corpo con migliaia di immagini selezionate, modificate o filtrate.

Non si tratta di chiedere alla società occidentale di adottare il modello islamico del pudore.

Si tratta di riconoscere che anche la libertà può essere condizionata dal mercato, dall'immagine e dalla pressione sociale.

Coprirsi è sempre oppressione e scoprirsi sempre libertà?

Nel secondo episodio abbiamo immaginato due donne sulla stessa spiaggia.

Una in bikini.

Una in burkini.

Abbiamo concluso che, se entrambe hanno scelto liberamente, entrambe sono libere.

Ora possiamo aggiungere qualcosa.

Se una società considera automaticamente emancipata la prima e automaticamente oppressa la seconda, forse non sta osservando le due donne.

Sta osservando i propri pregiudizi.

Allo stesso modo, una società musulmana che giudicasse automaticamente priva di dignità ogni donna occidentale per il suo abbigliamento commetterebbe lo stesso errore.

Il rispetto deve funzionare in entrambe le direzioni.

Pudore e libertà non devono essere nemici

Nella tradizione islamica il ḥayā', il pudore, rappresenta un valore.

Ma il pudore non deve diventare uno strumento per colpevolizzare una vittima.

Una donna che subisce violenza non ne è responsabile a causa dei propri vestiti.

Uno stupro non viene provocato da una minigonna.

Un'aggressione non viene giustificata da un bikini.

La responsabilità appartiene a chi aggredisce.

Possiamo contemporaneamente educare uomini e donne alla dignità, all'intimità, all'autocontrollo e al rispetto.

Non c'è contraddizione.

Il Corano, prima di rivolgersi alle donne sul pudore, dice agli uomini credenti di abbassare il proprio sguardo.

La responsabilità morale non può essere scaricata esclusivamente sulla donna.

Dalla donna-oggetto alla donna-oggetto?

Qui nasce forse la provocazione più importante di questo episodio.

Per secoli la donna è stata considerata proprietà dell'uomo in molte società.

L'emancipazione ha combattuto questo modello.

Ma dobbiamo vigilare affinché la donna liberata dall'essere oggetto dell'uomo non diventi oggetto del mercato.

Un corpo utilizzato per vendere.

Un'immagine utilizzata per ottenere attenzione.

Una persona il cui valore viene misurato attraverso giovinezza, sensualità, peso, bellezza o numero di approvazioni ricevute online.

Non ogni immagine del corpo femminile costituisce sfruttamento.

E non ogni donna che decide di mostrarsi è vittima.

Sarebbe paternalistico affermarlo.

Ma negare completamente l'esistenza della commercializzazione e della pressione estetica sarebbe altrettanto ingenuo.

Allora la donna occidentale non è emancipata?

Sarebbe una conclusione sbagliata.

La donna occidentale ha conquistato livelli di autonomia giuridica, educativa, professionale e politica che rappresentano risultati storici fondamentali.

Ma emancipazione non significa perfezione.

Una società può essere avanzata nei diritti e avere ancora femminicidi.

Può garantire il lavoro e non distribuire equamente il lavoro familiare.

Può liberare il corpo e contemporaneamente commercializzarlo.

Può proclamare l'uguaglianza e continuare ad avere discriminazioni.

Riconoscere queste contraddizioni non significa condannare l'Occidente.

Significa applicargli lo stesso metodo che abbiamo utilizzato parlando delle società musulmane.

Lo stesso metro per tutti

È forse questo il principio più importante dell'intera serie.

Quando osserviamo l'Afghanistan non dobbiamo dire:

“Questo è tutto l'Islam.”

Quando osserviamo un femminicidio europeo non dobbiamo dire:

“Questo è tutto l'Occidente.”

Quando vediamo una donna con il burqa non sappiamo automaticamente tutto della sua vita.

Quando vediamo una donna in bikini non sappiamo automaticamente tutto della sua libertà.

Le società sono complesse.

Le donne ancora di più.

E la dignità umana merita qualcosa di meglio degli stereotipi.

Forse l'emancipazione non è un punto di arrivo

Alla domanda iniziale — “la donna occidentale è completamente emancipata?” — la risposta più seria probabilmente è:

ha conquistato libertà fondamentali, ma il cammino non è terminato.

Esattamente come non è terminato altrove.

Non dobbiamo scegliere tra una società che obbliga una donna a coprirsi e una società che misura il suo valore attraverso quanto è desiderabile.

Non dobbiamo scegliere tra dipendenza economica e doppio sfruttamento.

Non dobbiamo scegliere tra religione e libertà.

Dobbiamo costruire qualcosa di migliore.

Una società nella quale una donna possa studiare, lavorare, diventare madre o non diventarlo, professare la propria fede, vestirsi secondo coscienza, partecipare alla vita pubblica e vivere senza violenza.

La vera emancipazione non consiste nel sostituire un padrone con un altro.

Consiste nel riconoscere alla donna dignità, responsabilità e autentica capacità di scelta.

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Nel prossimo e ultimo episodio di “OLTRE IL VELO”

7 di 7 – Né proprietà dell'uomo né oggetto della società

Dopo avere attraversato Islam e Occidente, hijab e burkini, Afghanistan e Indonesia, ʿĀʾisha, famiglia, lavoro, violenza e libertà, proveremo finalmente a rispondere alla domanda dalla quale tutto è iniziato:

chi è veramente la donna emancipata?

Forse scopriremo che non abbiamo bisogno di difendere la donna musulmana contro quella occidentale.

Abbiamo bisogno di difendere la donna.

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Alfredo Maiolese
Presidente – European Muslims League (EML)

#EuropeanMuslimsLeague #OltreIlVelo #WomenInEurope #WomensDignity #GenderViolence #FreedomOfChoice #HumanRights

OLTRE IL VELO – 5 di 9 Il denaro della donna musulmana: chi mantiene chi?



Lavoro, patrimonio, famiglia e responsabilità economiche nell'Islam

“Oltre il velo” è una serie di sette approfondimenti promossa dalla European Muslims League (EML) per affrontare, senza pregiudizi e con il supporto del Corano, delle fonti storiche e di dati internazionali, alcune delle domande più controverse sulla donna nell'Islam e nelle società contemporanee.

Nei precedenti approfondimenti abbiamo parlato di velo, libertà di scelta, Afghanistan, matrimoni precoci, mutilazioni genitali femminili e della figura di ʿĀʾisha (ra).

Adesso affrontiamo un'altra convinzione molto diffusa:

la donna musulmana dipende economicamente dal marito e quindi è necessariamente sottomessa a lui?

La realtà giuridica islamica è più complessa e, per molti lettori, probabilmente sorprendente.

Il patrimonio della moglie rimane della moglie

Cominciamo dal Corano:

«“Agli uomini spetta una parte di quello che hanno guadagnato e alle donne una parte di quello che hanno guadagnato.”»

Corano 4:32

Nel diritto islamico classico, il matrimonio non determina la fusione automatica dei patrimoni dei coniugi.

Una donna può possedere beni.

Può ricevere un'eredità.

Può acquistare e vendere.

Può ricevere donazioni.

Può esercitare un'attività economica.

E ciò che le appartiene non diventa automaticamente proprietà del marito semplicemente perché lo ha sposato.

Questo principio di autonomia patrimoniale esiste nella tradizione giuridica islamica da secoli.

Se lavora, lo stipendio appartiene al marito?

No.

Se una donna esercita legittimamente un'attività e percepisce un reddito, quel denaro appartiene a lei.

Il matrimonio, di per sé, non attribuisce al marito il diritto di appropriarsi dello stipendio della moglie.

Naturalmente milioni di donne musulmane contribuiscono alle spese della famiglia.

Pagano bollette, comprano alimenti, aiutano il marito, sostengono i figli e partecipano alla costruzione del patrimonio familiare.

Ma una cosa è scegliere di contribuire.

Un'altra è affermare che il marito diventi automaticamente proprietario di ciò che la moglie guadagna.

Sono due concetti differenti.

E allora chi deve mantenere la famiglia?

Qui troviamo uno degli aspetti più discussi del diritto familiare islamico.

La tradizione giuridica attribuisce al marito l'obbligo della nafaqa, cioè il mantenimento della moglie e della famiglia secondo le proprie possibilità e le circostanze.

Il Corano afferma:

«“L'agiato spenda della sua agiatezza; colui le cui risorse sono limitate spenda di quello che Allah gli ha concesso.”»

Corano 65:7

La responsabilità economica non significa che ogni famiglia musulmana debba vivere oggi secondo un identico schema.

Le condizioni economiche sono cambiate.

In moltissime famiglie entrambi i coniugi lavorano e contribuiscono.

Ma il principio tradizionale rimane interessante:

l'autonomia patrimoniale della moglie non elimina automaticamente la responsabilità economica attribuita al marito.

Possiamo chiamare tutto questo semplicemente “sottomissione”?

Arriviamo allora a una domanda provocatoria, ma legittima.

Se una donna può conservare ciò che possiede e ciò che guadagna, mentre al marito vengono attribuite specifiche responsabilità per il suo mantenimento, possiamo descrivere questo sistema semplicemente con la parola:

“sottomissione”?

Questo non dimostra che ogni matrimonio musulmano sia felice.

Non dimostra che non esistano uomini che abusano del proprio ruolo.

Non dimostra neppure che il modello tradizionale sia quello che ogni famiglia contemporanea debba scegliere.

Dimostra soltanto che la realtà è molto più complessa dello stereotipo.

La donna musulmana può lavorare?

La storia islamica stessa rende difficile sostenere un divieto generale del lavoro femminile.

Khadīja (ra), prima moglie del Profeta Muhammad ﷺ, è ricordata dalla tradizione islamica come una donna impegnata nel commercio.

ʿĀʾisha (ra), come abbiamo visto nel precedente approfondimento, divenne un'autorità nella trasmissione della conoscenza religiosa.

Nel corso della storia musulmana troviamo donne impegnate nell'insegnamento, nella trasmissione degli hadith, nella medicina, nelle attività economiche e nella beneficenza.

Oggi milioni di donne musulmane sono medici, insegnanti, ricercatrici, imprenditrici, funzionarie, avvocate, lavoratrici e dirigenti.

La discussione islamica riguarda piuttosto modalità, responsabilità familiari e compatibilità con i principi religiosi, con interpretazioni che possono differire.

Ma affermare semplicemente che “nell'Islam la donna non può lavorare” non descrive né la storia né la realtà contemporanea del mondo musulmano.

E se sceglie di non lavorare?

Qui dobbiamo applicare lo stesso principio di libertà che abbiamo utilizzato parlando del velo.

Una donna che desidera lavorare non dovrebbe essere automaticamente considerata una cattiva moglie o una cattiva madre.

Ma una donna che, potendolo fare, sceglie liberamente di dedicarsi principalmente alla casa e ai figli non dovrebbe essere considerata una donna fallita o non emancipata.

Perché dovremmo riconoscere valore soltanto al lavoro che produce uno stipendio?

Educare un figlio.

Assistere un anziano.

Organizzare una famiglia.

Prendersi cura della casa.

Sono attività che richiedono tempo, responsabilità e fatica, anche quando nessuno consegna una busta paga alla fine del mese.

La libertà dovrebbe aumentare le possibilità della donna, non imporle un nuovo modello obbligatorio.

Le donne del Golfo hanno tutte domestiche e tate?

Esiste poi un'immagine molto diffusa: la donna araba che non lavora, non si occupa della casa, dispone di domestiche, tate e autisti e viene completamente mantenuta dal marito.

Anche qui una parte dell'immagine nasce da una realtà, ma diventa falsa quando viene generalizzata.

Nei Paesi arabi, e in particolare negli Stati del Golfo, il lavoro domestico retribuito è molto diffuso.

L'International Labour Organization stima circa 6,6 milioni di lavoratori domestici negli Stati arabi.

In alcune famiglie è quindi normale affidare una parte delle attività domestiche o della cura quotidiana a personale retribuito.

Ma da questo dato non possiamo dedurre che le donne arabe non crescano i propri figli o non facciano nulla.

Esistono donne ricche e donne povere.

Donne che lavorano e donne che non lavorano.

Donne con collaboratrici domestiche e donne che svolgono personalmente ogni attività familiare.

Donne che dedicano moltissimo tempo ai figli e altre che ne dedicano meno.

Esattamente come avviene, con modalità differenti, in Occidente.

Un aneddoto non può diventare la descrizione di centinaia di milioni di donne.

E chi si occupa delle collaboratrici domestiche?

C'è inoltre un'altra donna che non dobbiamo rendere invisibile.

La lavoratrice domestica.

Se parliamo della comodità di una famiglia che dispone di una collaboratrice, dobbiamo parlare anche dei suoi diritti.

Molte lavoratrici domestiche negli Stati del Golfo e in altre parti del mondo sono migranti.

L'ILO ha documentato vulnerabilità relative a condizioni di lavoro, orari, retribuzione e protezione giuridica.

La dignità della donna non può fermarsi alla porta della famiglia benestante.

La collaboratrice domestica è una lavoratrice.

È una donna.

Ha una famiglia.

Ha diritti.

Un discorso serio sulla condizione femminile deve ricordarsi anche di lei.

E in Europa?

Anche qui evitiamo caricature.

L'accesso delle donne europee al lavoro e all'indipendenza economica rappresenta una delle grandi trasformazioni sociali dell'ultimo secolo.

È stata una conquista fondamentale.

Ma esiste anche un fenomeno ampiamente studiato: molte donne, dopo il lavoro retribuito, continuano a sostenere una quota rilevante del lavoro domestico e di cura.

L'emancipazione economica può quindi convivere con un doppio carico:

il lavoro fuori casa e quello dentro casa.

Questo non significa rimpiangere il passato.

Significa domandarsi se la nostra idea di emancipazione possa essere ancora migliorata.

Due donne, due vite differenti

Immaginiamo allora due donne.

La prima lavora otto ore al giorno, contribuisce economicamente alla famiglia e, tornando a casa, si occupa anche di una parte importante dei figli e delle attività domestiche.

La seconda non esercita un lavoro esterno retribuito, dispone del reddito familiare garantito dal marito e dedica il proprio tempo alla famiglia.

Quale delle due è più emancipata?

Non possiamo saperlo da queste informazioni.

Dobbiamo sapere se sono state libere di scegliere.

Dobbiamo sapere se vengono rispettate.

Dobbiamo sapere se vivono senza violenza.

Dobbiamo sapere se possiedono dignità e voce all'interno della propria famiglia.

Uno stipendio è uno strumento fondamentale di autonomia.

Ma uno stipendio, da solo, non misura tutta la libertà di un essere umano.

Forse “chi mantiene chi?” non è la domanda giusta

Come negli altri episodi di questa serie, arriviamo alla stessa conclusione.

Abbiamo cercato una risposta semplice e abbiamo trovato una realtà complessa.

Il marito musulmano ha tradizionalmente responsabilità economiche verso la famiglia.

La moglie mantiene un patrimonio autonomo.

Può lavorare e ciò che guadagna non diventa automaticamente proprietà del marito.

Può contribuire alla famiglia.

Può scegliere, quando le condizioni lo permettono, di dedicarsi prevalentemente ad essa.

Nessuno di questi elementi, preso isolatamente, dimostra sottomissione o emancipazione.

La vera domanda dovrebbe essere:

quanta libertà, responsabilità e rispetto esistono realmente all'interno di quella famiglia?

Perché una famiglia non dovrebbe essere un luogo nel quale uomo e donna competono per stabilire chi comanda.

Dovrebbe essere il luogo nel quale due persone assumono responsabilità differenti o condivise per costruire qualcosa insieme.

La dignità della donna non dipende da chi paga la bolletta.

E la dignità dell'uomo non dipende dal potere economico che esercita sulla propria moglie.

Dipendono entrambi dalla capacità di trasformare diritti e doveri in responsabilità, rispetto e reciproca cura.

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Nel prossimo episodio di “OLTRE IL VELO”

6 di 7 – La donna occidentale è davvero completamente emancipata?

Lavoro, indipendenza economica, femminicidio, violenza sessuale, famiglia, immagine e sessualizzazione del corpo.

Dopo avere osservato criticamente alcune società musulmane, applicheremo lo stesso metro all'Occidente.

Non per accusarlo.

Ma per porre una domanda:

possiamo parlare di emancipazione compiuta mentre milioni di donne continuano a subire violenza?

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Alfredo Maiolese
Presidente – European Muslims League (EML)

#EuropeanMuslimsLeague #OltreIlVelo #WomenAndIslam #WomenEconomicRights #Family #WomensDignity #FreedomOfChoice

OLTRE IL VELO – 4 di 9 Āʾisha: oltre una polemica di quattordici secoli



Il matrimonio con il Profeta Muhammad ﷺ, il contesto storico e la donna che divenne una delle maggiori autorità dell'Islam

"Oltre il velo" è una serie di sette approfondimenti promossa dalla European Muslims League (EML) per affrontare, senza pregiudizi e con il supporto del Corano, delle fonti storiche e di dati internazionali, alcune delle domande più controverse sulla donna nell'Islam e nelle società contemporanee.

Nel precedente approfondimento abbiamo parlato di Afghanistan, matrimoni precoci e mutilazioni genitali femminili, cercando di distinguere religione, cultura, storia e politica.

Ma parlando di matrimonio in giovane età, inevitabilmente emerge una delle domande più controverse rivolte ai musulmani:

quanti anni aveva ʿĀʾisha (ra) quando sposò il Profeta Muhammad ﷺ?

È una domanda legittima.

E proprio perché è delicata non dovrebbe ricevere né una risposta aggressiva né una risposta costruita per nascondere ciò che riportano le fonti.

Che cosa riportano le fonti tradizionali?

Le più conosciute raccolte sunnite di hadith, tra cui Ṣaḥīḥ al-Bukhārī e Ṣaḥīḥ Muslim, riportano narrazioni secondo le quali il contratto matrimoniale fu concluso quando ʿĀʾisha era molto giovane e la vita coniugale ebbe inizio successivamente.

La versione tradizionalmente più conosciuta riporta sei anni al momento del contratto e nove all'inizio della vita matrimoniale.

Questo dato appartiene alla tradizione sunnita classica e sarebbe intellettualmente scorretto cancellarlo soltanto perché oggi suscita interrogativi.

Esistono tuttavia studiosi contemporanei che hanno proposto ricostruzioni cronologiche differenti, sostenendo un'età maggiore, e la stessa formazione storica delle narrazioni sull'età di ʿĀʾisha è stata oggetto di recente ricerca accademica.

Non sarebbe corretto trasformare queste ricostruzioni alternative in una nuova certezza.

Dobbiamo quindi distinguere ciò che la tradizione classica tramanda da ciò che la ricerca contemporanea discute.

Possiamo giudicare il VII secolo con le categorie del XXI?

Qui nasce il problema più difficile.

Il matrimonio ebbe luogo nell'Arabia di circa quattordici secoli fa.

Le strutture familiari, le consuetudini matrimoniali, il concetto sociale dell'età, le condizioni di vita e il passaggio dall'infanzia all'età adulta erano profondamente differenti da quelli delle società contemporanee.

Matrimoni in età che oggi giudicheremmo precoci non costituiscono una peculiarità della storia islamica.

Sono esistiti, in forme differenti, in numerose civiltà e società del passato.

Questo non significa affermare che "una volta si faceva, quindi oggi è giusto farlo".

Significa una cosa molto diversa:

per comprendere un avvenimento storico dobbiamo prima collocarlo nel tempo in cui è avvenuto.

Perché i contemporanei non ne fecero la polemica di oggi?

C'è poi un elemento che merita attenzione.

Muhammad ﷺ ebbe avversari durissimi.

Fu accusato, contestato e combattuto.

Eppure nelle principali fonti antiche non emerge che l'età di ʿĀʾisha sia diventata per i suoi avversari contemporanei l'accusa morale che rappresenta in alcune polemiche moderne.

Questo non costituisce da solo una prova morale.

È però un'importante indicazione storica: una società deve essere compresa anche attraverso le categorie e le consuetudini della propria epoca.

Ciò che oggi provoca immediatamente una determinata reazione non necessariamente veniva percepito nello stesso modo in una società del VII secolo.

"Pedofilia": possiamo utilizzare questa parola?

Anche qui occorre grande prudenza.

“Pedofilia” non è semplicemente un sinonimo moderno di “matrimonio avvenuto in giovane età”.

Nella medicina e nella psicologia contemporanee il termine indica una specifica condizione relativa all'attrazione sessuale verso bambini prepuberi.

Utilizzare automaticamente una categoria clinica contemporanea come diagnosi retrospettiva di una persona vissuta nel VII secolo, sulla sola base di un matrimonio tramandato dalle fonti, non costituisce un metodo storico rigoroso.

Questo non impedisce a una persona contemporanea di provare disagio leggendo quelle narrazioni.

Quel disagio può essere compreso e discusso.

Ma un giudizio storico serio richiede qualcosa di più di una parola utilizzata come insulto.

Ma chi era veramente ʿĀʾisha?

Ed è qui che la discussione cambia completamente prospettiva.

Se conosciamo ʿĀʾisha soltanto attraverso la domanda sulla sua età matrimoniale, conosciamo una piccolissima parte della sua storia.

ʿĀʾisha bint Abī Bakr (ra), figlia di Abū Bakr, uno dei più stretti Compagni del Profeta e futuro primo Califfo, sopravvisse a Muhammad ﷺ per molti decenni.

E divenne una delle figure intellettuali più importanti dell'Islam delle origini.

2.210 hadith

La tradizione islamica attribuisce a ʿĀʾisha 2.210 narrazioni di hadith.

È un numero straordinario.

Ma ancora più importante del numero è ciò che rappresenta.

Attraverso ʿĀʾisha sono state trasmesse informazioni sulla preghiera, sulla purificazione, sulla vita familiare, sul comportamento, sulla spiritualità e sulla vita privata del Profeta ﷺ che difficilmente altri avrebbero potuto conoscere.

ʿĀʾisha non fu quindi soltanto una persona della quale altri raccontarono la storia.

Fu lei stessa una narratrice della storia.

Una donna che insegnava agli uomini

Questo elemento merita particolare attenzione proprio in una serie dedicata alla presunta sottomissione della donna musulmana.

ʿĀʾisha divenne una fonte di conoscenza per le generazioni successive.

Compagni del Profeta e studiosi si rivolgevano a lei per chiarimenti su questioni religiose e giuridiche.

Conosceva la Sunnah, la genealogia, la poesia e aspetti della medicina del suo tempo.

Non rappresentava una presenza muta nella propria casa.

Partecipò alla vita intellettuale e anche agli avvenimenti politici della prima comunità musulmana.

Su alcune questioni corresse persino interpretazioni e narrazioni attribuite ad altri Compagni.

Questo dovrebbe almeno indurci a riflettere quando la donna delle origini islamiche viene rappresentata esclusivamente come una persona alla quale era vietato pensare, insegnare o intervenire nella società.

E il suo rapporto con Muhammad ﷺ?

Le fonti islamiche conservano numerosi racconti della vita quotidiana fra ʿĀʾisha e il Profeta ﷺ.

Vi troviamo dialoghi, momenti di affetto, gelosia, discussioni, insegnamento e vita familiare.

ʿĀʾisha parlò per decenni di Muhammad ﷺ dopo la sua morte e divenne una delle principali fonti attraverso le quali i musulmani hanno conosciuto la sua dimensione privata e familiare.

È importante raccontarlo perché restituisce a ʿĀʾisha qualcosa che spesso le viene sottratto nelle polemiche contemporanee:

la sua voce.

Non dobbiamo parlare soltanto di lei.

Dobbiamo anche ricordare quanto della tradizione islamica sia arrivato fino a noi attraverso di lei.

Comprendere non significa riprodurre

Arriviamo infine alla questione contemporanea.

Può il matrimonio di ʿĀʾisha essere utilizzato oggi per sostenere il matrimonio di bambine?

La risposta richiede di distinguere storia e presente.

Le società contemporanee dispongono di conoscenze sulla crescita fisica e psicologica, sistemi educativi, registri anagrafici, legislazioni di tutela dell'infanzia e strumenti di protezione che appartengono a un contesto completamente differente.

La tutela della minore, la sua salute, la sua istruzione, la sua maturità e il suo consenso autentico devono essere salvaguardati.

Il principio islamico:

“Lā ḍarar wa lā ḍirār”

— non arrecare danno né ricambiare il danno con il danno — rimane un criterio fondamentale.

Perciò possiamo rispettare profondamente Muhammad ﷺ e ʿĀʾisha (ra), riconoscere ciò che tramandano le fonti classiche e contemporaneamente sostenere la protezione delle bambine nelle società di oggi.

Non esiste contraddizione se comprendiamo una distinzione essenziale:

comprendere la storia non significa copiarla.

Restituire ʿĀʾisha alla storia

Forse il problema più grande della polemica contemporanea è che una delle donne più influenti della storia islamica viene ridotta a un numero:

nove.

Ma dopo quel numero vengono decenni di vita.

Vengono 2.210 hadith.

Vengono insegnamento, memoria, diritto, conoscenza, dibattito e partecipazione alla storia della prima comunità musulmana.

Si può discutere della sua età.

Si devono studiare criticamente le fonti.

Si può anche interrogare la storia con la sensibilità dell'uomo contemporaneo.

Ma non possiamo ridurre un'intera donna a un'età matrimoniale.

ʿĀʾisha fu moglie del Profeta Muhammad ﷺ.

Ma fu anche studiosa, trasmettitrice, maestra e protagonista della storia islamica.

Ed è forse proprio questo uno degli insegnamenti più importanti della sua vita:

una donna non dovrebbe mai essere raccontata soltanto attraverso l'uomo che ha sposato.

Dovrebbe essere ricordata anche per ciò che ha conosciuto, ciò che ha insegnato e ciò che ha lasciato alla storia.

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Nel prossimo episodio di “OLTRE IL VELO”

5 di 7 – Il denaro della donna musulmana: chi mantiene chi?

Può una donna musulmana lavorare?

Chi possiede il suo stipendio?

È obbligata a pagare le spese familiari?

E perché in alcune società del Golfo è così diffuso il personale domestico?

Essere mantenuta significa necessariamente essere sottomessa?

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Alfredo Maiolese
Presidente – European Muslims League (EML)

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