sabato 15 agosto 2026

OLTRE IL VELO – 1 di 7 La donna musulmana è davvero sottomessa?



Libertà, dignità, fede e condizione femminile tra percezioni e realtà

“Oltre il velo” è una serie di sette approfondimenti promossa dalla European Muslims League (EML) per affrontare, senza pregiudizi e con il supporto del Corano, delle fonti storiche e di dati internazionali, alcune delle domande più controverse sulla donna nell'Islam e nelle società contemporanee.

Alfredo Maiolese, Presidente della European Muslims League (EML), nel corso degli anni, partecipando a conferenze, incontri e dibattiti e confrontandosi con amici, interlocutori e rappresentanti del mondo musulmano e non musulmano, ha raccolto numerose domande sulla condizione della donna nell'Islam.

Alcune nascono da una sincera volontà di comprendere; altre da esperienze personali, percezioni e differenze culturali; altre ancora da dubbi, convinzioni, illazioni e stereotipi consolidati nel tempo.

Da questi continui confronti nasce “Oltre il velo”.

Non per dimostrare che una cultura sia superiore a un'altra, né per difendere una parte accusandone un'altra, ma per distinguere ciò che appartiene alla religione da ciò che deriva dalla cultura, dalla storia, dalle condizioni sociali e dalle decisioni politiche.

Perché prima di giudicare una cultura occorre conoscerla. E prima di definire una donna “sottomessa” o “emancipata” occorre domandarsi che cosa intendiamo veramente per libertà e dignità.

Non esiste una sola “donna musulmana”

Quando in Europa si parla della condizione femminile nell'Islam, l'immagine proposta è spesso quella di una donna completamente coperta, dipendente dall'uomo e priva di autonomia.

Ma stiamo parlando di una religione professata da quasi due miliardi di persone, distribuite in società profondamente differenti.

Una donna musulmana di Kabul non vive necessariamente come una donna di Jakarta.

Una donna di Kuala Lumpur non vive come una donna del Golfo.

E una musulmana di Sarajevo, Londra, Parigi o Genova può avere un'esperienza ancora diversa.

L'Indonesia, il più popoloso Paese a maggioranza musulmana del mondo, offre l'immagine di una società nella quale le donne partecipano alle università, alle professioni, all'economia, alla politica, alle organizzazioni religiose e alla società civile.

La Malesia rappresenta un altro esempio significativo. Secondo le statistiche ufficiali malesi, la partecipazione femminile al mercato del lavoro supera il 56% e raggiunge livelli molto più elevati tra le donne laureate. Centinaia di migliaia di imprese appartengono a donne.

L'India, invece, ospita una delle maggiori popolazioni musulmane del pianeta all'interno di uno Stato a maggioranza non musulmana. Anche qui la condizione delle donne musulmane dipende dall'intreccio tra religione, istruzione, condizioni economiche, appartenenza sociale e tradizioni locali.

Già questi esempi dovrebbero indurci alla prudenza.

Non esiste una sola “donna musulmana”, esattamente come non esiste una sola “donna occidentale”.

Islam e cultura non sono sinonimi

Questo sarà uno dei principi fondamentali della nostra serie.

Se una determinata pratica esiste in un Paese musulmano, non significa automaticamente che sia prescritta dall'Islam.

Tradizioni tribali, consuetudini familiari, condizioni economiche, legislazioni statali, decisioni politiche e interpretazioni religiose possono sovrapporsi fino a rendere difficile comprendere dove finisca una cosa e cominci l'altra.

Per questo, nelle prossime puntate, non eviteremo neppure le questioni più difficili.

Parleremo dell'Afghanistan.

Del burqa e dell'hijab.

Dei matrimoni precoci.

Delle mutilazioni genitali femminili e dell'infibulazione.

Affronteremo anche, senza nasconderlo, il matrimonio del Profeta Muhammad ﷺ con ʿĀʾisha (ra) e il ruolo straordinario che questa donna avrebbe successivamente assunto nella trasmissione della conoscenza islamica.

Non vogliamo nascondere gli argomenti scomodi.

Vogliamo affrontarli attraverso fonti, storia e contesto.

Perché comprendere non significa necessariamente giustificare, così come criticare una pratica non significa automaticamente attaccare una religione.

Una donna musulmana può possedere il proprio denaro?

Cominciamo da un fatto spesso poco conosciuto da chi descrive la donna musulmana semplicemente come economicamente sottomessa all'uomo.

Il Corano afferma:

«“Agli uomini spetta una parte di quello che hanno guadagnato e alle donne una parte di quello che hanno guadagnato.”»

Corano 4:32

Nella tradizione giuridica islamica il matrimonio non trasferisce automaticamente al marito ciò che appartiene alla moglie.

La donna conserva il proprio patrimonio. Può possedere beni, ricevere un'eredità, lavorare ed esercitare attività economiche.

Allo stesso tempo, al marito vengono attribuite specifiche responsabilità economiche nei confronti della moglie e della famiglia.

Questo non significa che la donna debba necessariamente dipendere economicamente dall'uomo.

Milioni di donne musulmane lavorano e contribuiscono volontariamente alla propria famiglia.

Significa invece che il matrimonio non cancella la personalità economica della donna e non trasforma automaticamente il suo patrimonio in patrimonio del marito.

Possiamo discutere se questo modello corrisponda o meno alla nostra concezione contemporanea della famiglia.

Ma è difficile utilizzare proprio questo principio come dimostrazione automatica della sottomissione economica della donna.

E la donna occidentale?

Sarebbe però altrettanto sbagliato rispondere allo stereotipo sulla donna musulmana costruendone uno sulla donna occidentale.

L'Occidente ha realizzato conquiste fondamentali per le donne: istruzione, partecipazione politica, accesso alle professioni, indipendenza economica e importanti strumenti legislativi contro discriminazione e violenza.

Negarlo sarebbe intellettualmente scorretto.

Ma anche qui dobbiamo porci una domanda.

Avere ottenuto questi diritti significa avere definitivamente risolto la questione dell'emancipazione femminile?

I dati sulla violenza contro le donne ci invitano alla prudenza.

Secondo Eurostat, circa 50 milioni di donne tra 18 e 74 anni nell'Unione europea, pari a circa il 31%, hanno sperimentato durante la propria vita adulta violenza fisica o minacce e/o violenza sessuale.

Il dato non serve per affermare che l'Europa sia peggiore delle società musulmane.

Sarebbe esattamente lo stesso errore che vogliamo combattere.

Ci dice invece qualcosa di molto più importante:

nessuna società possiede il monopolio dell'emancipazione e nessuna società è immune dalla violenza contro le donne.

Forse abbiamo posto la domanda sbagliata

Torniamo allora alla domanda dalla quale siamo partiti:

la donna musulmana è sottomessa e quella occidentale emancipata?

Forse abbiamo posto male la domanda.

Una donna non diventa automaticamente libera perché vive in Europa.

E non diventa automaticamente sottomessa perché è musulmana.

Non diventa emancipata semplicemente perché lavora.

Non diventa sottomessa semplicemente perché sceglie liberamente di dedicarsi prevalentemente alla propria famiglia.

Una donna non diventa moderna perché mostra il proprio corpo.

E non diventa virtuosa semplicemente perché lo copre.

La dignità è qualcosa di molto più profondo.

Forse la domanda corretta è un'altra:

quando una donna è veramente libera?

È proprio da questa domanda che continuerà il nostro viaggio.

Perché la libertà di una donna non dovrebbe essere misurata dal luogo in cui è nata, dalla religione che professa o dai centimetri di stoffa che indossa.

Dovrebbe essere misurata dalla sua dignità, dalla conoscenza, dalla protezione dalla violenza, dalla possibilità di partecipare alla società e dalla sua autentica capacità di scelta.

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Nel prossimo episodio di “OLTRE IL VELO”

2 di 7 – Hijab, burqa, bikini e burkini: chi decide come deve vestirsi una donna?

Due donne arrivano sulla stessa spiaggia.

Una indossa il bikini.

L'altra il burkini.

Quale delle due è veramente libera?

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Alfredo Maiolese
Presidente – European Muslims League (EML)

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