sabato 15 agosto 2026

OLTRE IL VELO – 5 di 9 Il denaro della donna musulmana: chi mantiene chi?



Lavoro, patrimonio, famiglia e responsabilità economiche nell'Islam

“Oltre il velo” è una serie di sette approfondimenti promossa dalla European Muslims League (EML) per affrontare, senza pregiudizi e con il supporto del Corano, delle fonti storiche e di dati internazionali, alcune delle domande più controverse sulla donna nell'Islam e nelle società contemporanee.

Nei precedenti approfondimenti abbiamo parlato di velo, libertà di scelta, Afghanistan, matrimoni precoci, mutilazioni genitali femminili e della figura di ʿĀʾisha (ra).

Adesso affrontiamo un'altra convinzione molto diffusa:

la donna musulmana dipende economicamente dal marito e quindi è necessariamente sottomessa a lui?

La realtà giuridica islamica è più complessa e, per molti lettori, probabilmente sorprendente.

Il patrimonio della moglie rimane della moglie

Cominciamo dal Corano:

«“Agli uomini spetta una parte di quello che hanno guadagnato e alle donne una parte di quello che hanno guadagnato.”»

Corano 4:32

Nel diritto islamico classico, il matrimonio non determina la fusione automatica dei patrimoni dei coniugi.

Una donna può possedere beni.

Può ricevere un'eredità.

Può acquistare e vendere.

Può ricevere donazioni.

Può esercitare un'attività economica.

E ciò che le appartiene non diventa automaticamente proprietà del marito semplicemente perché lo ha sposato.

Questo principio di autonomia patrimoniale esiste nella tradizione giuridica islamica da secoli.

Se lavora, lo stipendio appartiene al marito?

No.

Se una donna esercita legittimamente un'attività e percepisce un reddito, quel denaro appartiene a lei.

Il matrimonio, di per sé, non attribuisce al marito il diritto di appropriarsi dello stipendio della moglie.

Naturalmente milioni di donne musulmane contribuiscono alle spese della famiglia.

Pagano bollette, comprano alimenti, aiutano il marito, sostengono i figli e partecipano alla costruzione del patrimonio familiare.

Ma una cosa è scegliere di contribuire.

Un'altra è affermare che il marito diventi automaticamente proprietario di ciò che la moglie guadagna.

Sono due concetti differenti.

E allora chi deve mantenere la famiglia?

Qui troviamo uno degli aspetti più discussi del diritto familiare islamico.

La tradizione giuridica attribuisce al marito l'obbligo della nafaqa, cioè il mantenimento della moglie e della famiglia secondo le proprie possibilità e le circostanze.

Il Corano afferma:

«“L'agiato spenda della sua agiatezza; colui le cui risorse sono limitate spenda di quello che Allah gli ha concesso.”»

Corano 65:7

La responsabilità economica non significa che ogni famiglia musulmana debba vivere oggi secondo un identico schema.

Le condizioni economiche sono cambiate.

In moltissime famiglie entrambi i coniugi lavorano e contribuiscono.

Ma il principio tradizionale rimane interessante:

l'autonomia patrimoniale della moglie non elimina automaticamente la responsabilità economica attribuita al marito.

Possiamo chiamare tutto questo semplicemente “sottomissione”?

Arriviamo allora a una domanda provocatoria, ma legittima.

Se una donna può conservare ciò che possiede e ciò che guadagna, mentre al marito vengono attribuite specifiche responsabilità per il suo mantenimento, possiamo descrivere questo sistema semplicemente con la parola:

“sottomissione”?

Questo non dimostra che ogni matrimonio musulmano sia felice.

Non dimostra che non esistano uomini che abusano del proprio ruolo.

Non dimostra neppure che il modello tradizionale sia quello che ogni famiglia contemporanea debba scegliere.

Dimostra soltanto che la realtà è molto più complessa dello stereotipo.

La donna musulmana può lavorare?

La storia islamica stessa rende difficile sostenere un divieto generale del lavoro femminile.

Khadīja (ra), prima moglie del Profeta Muhammad ﷺ, è ricordata dalla tradizione islamica come una donna impegnata nel commercio.

ʿĀʾisha (ra), come abbiamo visto nel precedente approfondimento, divenne un'autorità nella trasmissione della conoscenza religiosa.

Nel corso della storia musulmana troviamo donne impegnate nell'insegnamento, nella trasmissione degli hadith, nella medicina, nelle attività economiche e nella beneficenza.

Oggi milioni di donne musulmane sono medici, insegnanti, ricercatrici, imprenditrici, funzionarie, avvocate, lavoratrici e dirigenti.

La discussione islamica riguarda piuttosto modalità, responsabilità familiari e compatibilità con i principi religiosi, con interpretazioni che possono differire.

Ma affermare semplicemente che “nell'Islam la donna non può lavorare” non descrive né la storia né la realtà contemporanea del mondo musulmano.

E se sceglie di non lavorare?

Qui dobbiamo applicare lo stesso principio di libertà che abbiamo utilizzato parlando del velo.

Una donna che desidera lavorare non dovrebbe essere automaticamente considerata una cattiva moglie o una cattiva madre.

Ma una donna che, potendolo fare, sceglie liberamente di dedicarsi principalmente alla casa e ai figli non dovrebbe essere considerata una donna fallita o non emancipata.

Perché dovremmo riconoscere valore soltanto al lavoro che produce uno stipendio?

Educare un figlio.

Assistere un anziano.

Organizzare una famiglia.

Prendersi cura della casa.

Sono attività che richiedono tempo, responsabilità e fatica, anche quando nessuno consegna una busta paga alla fine del mese.

La libertà dovrebbe aumentare le possibilità della donna, non imporle un nuovo modello obbligatorio.

Le donne del Golfo hanno tutte domestiche e tate?

Esiste poi un'immagine molto diffusa: la donna araba che non lavora, non si occupa della casa, dispone di domestiche, tate e autisti e viene completamente mantenuta dal marito.

Anche qui una parte dell'immagine nasce da una realtà, ma diventa falsa quando viene generalizzata.

Nei Paesi arabi, e in particolare negli Stati del Golfo, il lavoro domestico retribuito è molto diffuso.

L'International Labour Organization stima circa 6,6 milioni di lavoratori domestici negli Stati arabi.

In alcune famiglie è quindi normale affidare una parte delle attività domestiche o della cura quotidiana a personale retribuito.

Ma da questo dato non possiamo dedurre che le donne arabe non crescano i propri figli o non facciano nulla.

Esistono donne ricche e donne povere.

Donne che lavorano e donne che non lavorano.

Donne con collaboratrici domestiche e donne che svolgono personalmente ogni attività familiare.

Donne che dedicano moltissimo tempo ai figli e altre che ne dedicano meno.

Esattamente come avviene, con modalità differenti, in Occidente.

Un aneddoto non può diventare la descrizione di centinaia di milioni di donne.

E chi si occupa delle collaboratrici domestiche?

C'è inoltre un'altra donna che non dobbiamo rendere invisibile.

La lavoratrice domestica.

Se parliamo della comodità di una famiglia che dispone di una collaboratrice, dobbiamo parlare anche dei suoi diritti.

Molte lavoratrici domestiche negli Stati del Golfo e in altre parti del mondo sono migranti.

L'ILO ha documentato vulnerabilità relative a condizioni di lavoro, orari, retribuzione e protezione giuridica.

La dignità della donna non può fermarsi alla porta della famiglia benestante.

La collaboratrice domestica è una lavoratrice.

È una donna.

Ha una famiglia.

Ha diritti.

Un discorso serio sulla condizione femminile deve ricordarsi anche di lei.

E in Europa?

Anche qui evitiamo caricature.

L'accesso delle donne europee al lavoro e all'indipendenza economica rappresenta una delle grandi trasformazioni sociali dell'ultimo secolo.

È stata una conquista fondamentale.

Ma esiste anche un fenomeno ampiamente studiato: molte donne, dopo il lavoro retribuito, continuano a sostenere una quota rilevante del lavoro domestico e di cura.

L'emancipazione economica può quindi convivere con un doppio carico:

il lavoro fuori casa e quello dentro casa.

Questo non significa rimpiangere il passato.

Significa domandarsi se la nostra idea di emancipazione possa essere ancora migliorata.

Due donne, due vite differenti

Immaginiamo allora due donne.

La prima lavora otto ore al giorno, contribuisce economicamente alla famiglia e, tornando a casa, si occupa anche di una parte importante dei figli e delle attività domestiche.

La seconda non esercita un lavoro esterno retribuito, dispone del reddito familiare garantito dal marito e dedica il proprio tempo alla famiglia.

Quale delle due è più emancipata?

Non possiamo saperlo da queste informazioni.

Dobbiamo sapere se sono state libere di scegliere.

Dobbiamo sapere se vengono rispettate.

Dobbiamo sapere se vivono senza violenza.

Dobbiamo sapere se possiedono dignità e voce all'interno della propria famiglia.

Uno stipendio è uno strumento fondamentale di autonomia.

Ma uno stipendio, da solo, non misura tutta la libertà di un essere umano.

Forse “chi mantiene chi?” non è la domanda giusta

Come negli altri episodi di questa serie, arriviamo alla stessa conclusione.

Abbiamo cercato una risposta semplice e abbiamo trovato una realtà complessa.

Il marito musulmano ha tradizionalmente responsabilità economiche verso la famiglia.

La moglie mantiene un patrimonio autonomo.

Può lavorare e ciò che guadagna non diventa automaticamente proprietà del marito.

Può contribuire alla famiglia.

Può scegliere, quando le condizioni lo permettono, di dedicarsi prevalentemente ad essa.

Nessuno di questi elementi, preso isolatamente, dimostra sottomissione o emancipazione.

La vera domanda dovrebbe essere:

quanta libertà, responsabilità e rispetto esistono realmente all'interno di quella famiglia?

Perché una famiglia non dovrebbe essere un luogo nel quale uomo e donna competono per stabilire chi comanda.

Dovrebbe essere il luogo nel quale due persone assumono responsabilità differenti o condivise per costruire qualcosa insieme.

La dignità della donna non dipende da chi paga la bolletta.

E la dignità dell'uomo non dipende dal potere economico che esercita sulla propria moglie.

Dipendono entrambi dalla capacità di trasformare diritti e doveri in responsabilità, rispetto e reciproca cura.

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Nel prossimo episodio di “OLTRE IL VELO”

6 di 7 – La donna occidentale è davvero completamente emancipata?

Lavoro, indipendenza economica, femminicidio, violenza sessuale, famiglia, immagine e sessualizzazione del corpo.

Dopo avere osservato criticamente alcune società musulmane, applicheremo lo stesso metro all'Occidente.

Non per accusarlo.

Ma per porre una domanda:

possiamo parlare di emancipazione compiuta mentre milioni di donne continuano a subire violenza?

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Alfredo Maiolese
Presidente – European Muslims League (EML)

#EuropeanMuslimsLeague #OltreIlVelo #WomenAndIslam #WomenEconomicRights #Family #WomensDignity #FreedomOfChoice

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