Diritti, lavoro, violenza, famiglia e corpo: applicare all'Occidente lo stesso metro utilizzato per il mondo musulmano
“Oltre il velo” è una serie di sette approfondimenti promossa dalla European Muslims League (EML) per affrontare, senza pregiudizi e con il supporto del Corano, delle fonti storiche e di dati internazionali, alcune delle domande più controverse sulla donna nell'Islam e nelle società contemporanee.
Nei precedenti approfondimenti abbiamo guardato criticamente anche all'interno delle società musulmane.
Abbiamo parlato dell'Afghanistan, dei matrimoni precoci, delle mutilazioni genitali femminili, delle diverse interpretazioni dell'abbigliamento islamico e delle responsabilità economiche all'interno della famiglia.
Non abbiamo nascosto i problemi.
Adesso, per essere coerenti, dobbiamo fare esattamente la stessa cosa con l'Occidente.
Non per contrapporre una civiltà all'altra.
Non per sostenere che la donna occidentale sia sottomessa.
Ma per verificare una convinzione molto diffusa:
vivere in Occidente significa essere automaticamente una donna emancipata?
Le conquiste dell'Occidente vanno riconosciute
Cominciamo da ciò che sarebbe intellettualmente scorretto negare.
Negli ultimi due secoli le donne europee hanno conquistato diritti fondamentali.
Il diritto di voto.
L'accesso generalizzato all'istruzione.
L'università.
L'ingresso nelle professioni.
L'indipendenza economica.
La partecipazione politica.
La possibilità di ricoprire le più alte responsabilità istituzionali.
Le legislazioni contro la discriminazione e la violenza.
Sono conquiste enormi.
Molte sono state ottenute grazie al coraggio di donne che hanno combattuto contro discriminazioni considerate, nella loro epoca, perfettamente normali.
Riconoscerlo non indebolisce la nostra riflessione.
La rende credibile.
Ma avere diritti significa non subire più violenza?
Qui arrivano i dati.
Secondo la grande indagine europea sulla violenza di genere diffusa da Eurostat, dall'Agenzia dell'Unione europea per i diritti fondamentali e dall'Istituto europeo per l'uguaglianza di genere, circa una donna su tre nell'Unione europea ha sperimentato violenza di genere nel corso della vita adulta.
Eurostat ha quantificato in circa 50 milioni le donne tra 18 e 74 anni, pari al 31%, che hanno sperimentato violenza fisica o minacce e/o violenza sessuale.
Tra le donne che hanno avuto un partner, una quota significativa riferisce inoltre violenza fisica, sessuale o psicologica all'interno della relazione.
Sono numeri enormi.
Ma dobbiamo interpretarli correttamente.
Non dimostrano che l'Europa sia peggiore del mondo musulmano.
Non permettono neppure confronti semplicistici tra Paesi, perché denuncia, definizioni statistiche e raccolta dei dati possono essere differenti.
Dimostrano però qualcosa che dovrebbe unirci:
l'emancipazione legislativa non elimina automaticamente la violenza.
Il femminicidio non ha religione
Quando una donna viene uccisa perché donna, dal partner o dall'ex partner, cerchiamo spesso una spiegazione culturale.
Quando l'assassino appartiene a una minoranza religiosa, la sua religione può diventare immediatamente parte del racconto pubblico.
Quando l'assassino appartiene alla maggioranza, più facilmente parliamo di gelosia, possesso, violenza domestica o incapacità di accettare la separazione.
Dobbiamo stare attenti.
La cultura può certamente influenzare comportamenti e concezioni della donna.
Anche interpretazioni religiose distorte possono farlo.
Ma nessuna religione dovrebbe diventare una scorciatoia per spiegare ogni crimine commesso da un suo appartenente.
Il femminicidio esiste nelle società musulmane.
Esiste in Europa.
Esiste in società religiose e secolarizzate.
La vittima non diventa meno morta in base alla religione dell'assassino.
Lavorare significa essere libere?
L'indipendenza economica rappresenta uno degli strumenti più importanti attraverso i quali una donna può sottrarsi alla dipendenza e, in alcuni casi, anche a una relazione violenta.
Questo deve essere detto chiaramente.
Ma esiste un'altra realtà.
Milioni di donne europee svolgono un lavoro retribuito e, una volta tornate a casa, continuano a sostenere una parte importante del lavoro domestico, dell'organizzazione familiare e della cura dei figli o degli anziani.
È quello che viene spesso definito doppio carico.
L'emancipazione ha permesso alla donna di entrare pienamente nel mondo del lavoro.
La domanda successiva è:
la famiglia e la società hanno redistribuito altrettanto velocemente tutte le responsabilità che prima gravavano prevalentemente su di lei?
Non sempre.
Per questo uno stipendio può rappresentare libertà economica senza risolvere automaticamente ogni disuguaglianza.
E la donna che sceglie la famiglia?
Nel precedente approfondimento abbiamo posto una domanda.
Se una donna può permettersi di non svolgere un lavoro esterno e sceglie liberamente di dedicare una parte importante della propria vita ai figli e alla famiglia, dobbiamo considerarla meno emancipata?
Sarebbe paradossale se la battaglia per dare alle donne più possibilità terminasse imponendo loro una sola possibilità socialmente rispettabile.
Lavorare deve essere un diritto.
Studiare deve essere un diritto.
Costruire una carriera deve essere un diritto.
Ma anche la maternità e la cura familiare devono conservare dignità sociale.
La parola decisiva continua ad essere:
scelta.
Il corpo liberato può diventare un prodotto?
Arriviamo a un tema ancora più delicato.
Una delle grandi trasformazioni della società occidentale è stata la liberazione del corpo femminile da molti divieti e imposizioni.
Una donna può scegliere come vestirsi.
Può andare in spiaggia in bikini.
Può esprimere la propria femminilità senza dover chiedere il permesso a un uomo.
È una libertà che va rispettata.
Ma possiamo contemporaneamente domandarci:
il corpo liberato da un obbligo può diventare oggetto di una nuova pressione?
Pubblicità, moda, spettacolo e soprattutto social network propongono continuamente modelli estetici.
Essere giovani.
Essere magre.
Essere sensuali.
Mostrarsi.
Ricevere approvazione.
Confrontare il proprio corpo con migliaia di immagini selezionate, modificate o filtrate.
Non si tratta di chiedere alla società occidentale di adottare il modello islamico del pudore.
Si tratta di riconoscere che anche la libertà può essere condizionata dal mercato, dall'immagine e dalla pressione sociale.
Coprirsi è sempre oppressione e scoprirsi sempre libertà?
Nel secondo episodio abbiamo immaginato due donne sulla stessa spiaggia.
Una in bikini.
Una in burkini.
Abbiamo concluso che, se entrambe hanno scelto liberamente, entrambe sono libere.
Ora possiamo aggiungere qualcosa.
Se una società considera automaticamente emancipata la prima e automaticamente oppressa la seconda, forse non sta osservando le due donne.
Sta osservando i propri pregiudizi.
Allo stesso modo, una società musulmana che giudicasse automaticamente priva di dignità ogni donna occidentale per il suo abbigliamento commetterebbe lo stesso errore.
Il rispetto deve funzionare in entrambe le direzioni.
Pudore e libertà non devono essere nemici
Nella tradizione islamica il ḥayā', il pudore, rappresenta un valore.
Ma il pudore non deve diventare uno strumento per colpevolizzare una vittima.
Una donna che subisce violenza non ne è responsabile a causa dei propri vestiti.
Uno stupro non viene provocato da una minigonna.
Un'aggressione non viene giustificata da un bikini.
La responsabilità appartiene a chi aggredisce.
Possiamo contemporaneamente educare uomini e donne alla dignità, all'intimità, all'autocontrollo e al rispetto.
Non c'è contraddizione.
Il Corano, prima di rivolgersi alle donne sul pudore, dice agli uomini credenti di abbassare il proprio sguardo.
La responsabilità morale non può essere scaricata esclusivamente sulla donna.
Dalla donna-oggetto alla donna-oggetto?
Qui nasce forse la provocazione più importante di questo episodio.
Per secoli la donna è stata considerata proprietà dell'uomo in molte società.
L'emancipazione ha combattuto questo modello.
Ma dobbiamo vigilare affinché la donna liberata dall'essere oggetto dell'uomo non diventi oggetto del mercato.
Un corpo utilizzato per vendere.
Un'immagine utilizzata per ottenere attenzione.
Una persona il cui valore viene misurato attraverso giovinezza, sensualità, peso, bellezza o numero di approvazioni ricevute online.
Non ogni immagine del corpo femminile costituisce sfruttamento.
E non ogni donna che decide di mostrarsi è vittima.
Sarebbe paternalistico affermarlo.
Ma negare completamente l'esistenza della commercializzazione e della pressione estetica sarebbe altrettanto ingenuo.
Allora la donna occidentale non è emancipata?
Sarebbe una conclusione sbagliata.
La donna occidentale ha conquistato livelli di autonomia giuridica, educativa, professionale e politica che rappresentano risultati storici fondamentali.
Ma emancipazione non significa perfezione.
Una società può essere avanzata nei diritti e avere ancora femminicidi.
Può garantire il lavoro e non distribuire equamente il lavoro familiare.
Può liberare il corpo e contemporaneamente commercializzarlo.
Può proclamare l'uguaglianza e continuare ad avere discriminazioni.
Riconoscere queste contraddizioni non significa condannare l'Occidente.
Significa applicargli lo stesso metodo che abbiamo utilizzato parlando delle società musulmane.
Lo stesso metro per tutti
È forse questo il principio più importante dell'intera serie.
Quando osserviamo l'Afghanistan non dobbiamo dire:
“Questo è tutto l'Islam.”
Quando osserviamo un femminicidio europeo non dobbiamo dire:
“Questo è tutto l'Occidente.”
Quando vediamo una donna con il burqa non sappiamo automaticamente tutto della sua vita.
Quando vediamo una donna in bikini non sappiamo automaticamente tutto della sua libertà.
Le società sono complesse.
Le donne ancora di più.
E la dignità umana merita qualcosa di meglio degli stereotipi.
Forse l'emancipazione non è un punto di arrivo
Alla domanda iniziale — “la donna occidentale è completamente emancipata?” — la risposta più seria probabilmente è:
ha conquistato libertà fondamentali, ma il cammino non è terminato.
Esattamente come non è terminato altrove.
Non dobbiamo scegliere tra una società che obbliga una donna a coprirsi e una società che misura il suo valore attraverso quanto è desiderabile.
Non dobbiamo scegliere tra dipendenza economica e doppio sfruttamento.
Non dobbiamo scegliere tra religione e libertà.
Dobbiamo costruire qualcosa di migliore.
Una società nella quale una donna possa studiare, lavorare, diventare madre o non diventarlo, professare la propria fede, vestirsi secondo coscienza, partecipare alla vita pubblica e vivere senza violenza.
La vera emancipazione non consiste nel sostituire un padrone con un altro.
Consiste nel riconoscere alla donna dignità, responsabilità e autentica capacità di scelta.
---
Nel prossimo e ultimo episodio di “OLTRE IL VELO”
7 di 7 – Né proprietà dell'uomo né oggetto della società
Dopo avere attraversato Islam e Occidente, hijab e burkini, Afghanistan e Indonesia, ʿĀʾisha, famiglia, lavoro, violenza e libertà, proveremo finalmente a rispondere alla domanda dalla quale tutto è iniziato:
chi è veramente la donna emancipata?
Forse scopriremo che non abbiamo bisogno di difendere la donna musulmana contro quella occidentale.
Abbiamo bisogno di difendere la donna.
---
Alfredo Maiolese
Presidente – European Muslims League (EML)
#EuropeanMuslimsLeague #OltreIlVelo #WomenInEurope #WomensDignity #GenderViolence #FreedomOfChoice #HumanRights
Nessun commento:
Posta un commento