mercoledì 26 agosto 2026

Libero arbitrio e volontà di Allah: l’uomo sceglie, ma nulla sfugge al Creatore


Una delle domande più profonde che l'essere umano possa porsi riguarda il rapporto tra la propria libertà e la volontà di Dio.

Se siamo liberi di scegliere, significa forse che alcuni avvenimenti sfuggono al controllo del Creatore? E se tutto avviene secondo la Sua volontà, quale significato hanno allora le nostre decisioni e le nostre responsabilità?

L'Islam mantiene insieme due verità: l'essere umano sceglie ed è responsabile delle proprie azioni, ma nulla esiste al di fuori della conoscenza e della sovranità di Allah, l'Altissimo.

Il Corano utilizza un'immagine di straordinaria semplicità:

«Non cade una foglia senza che Egli lo sappia.»
Corano 6:59

Pensiamo per un momento alla grandezza di questa affermazione.

Una foglia che si stacca da un albero in una foresta lontana, una goccia di pioggia che raggiunge la terra, qualcosa che nasce o qualcosa che termina: nulla è nascosto alla conoscenza di Allah.

Questo, tuttavia, non trasforma l'uomo in una creatura priva di volontà.

L'uomo sceglie e per questo è responsabile

Il Corano riconosce all'essere umano la capacità di scegliere:

«Chi vuole, prenda la via verso il suo Signore.»
Corano 76:29

Se non esistesse alcuna scelta, non avrebbero significato la responsabilità morale, il pentimento, il perdono, la ricompensa e il giudizio.

L'uomo può scegliere il bene oppure il male, la giustizia oppure l'ingiustizia, la fede oppure il rifiuto.

Ma immediatamente dopo il versetto precedente il Corano aggiunge qualcosa di ancora più profondo:

«Ma voi non vorrete se non se Allah vuole.»
Corano 76:30

Ecco il punto nel quale libertà umana e volontà divina si incontrano.

La nostra volontà esiste, ma non è una volontà assoluta.

Possiamo decidere, progettare, costruire, amare, rifiutare, credere o non credere. Possiamo contribuire alle trasformazioni della società e della storia.

Ma non diventiamo per questo padroni dell'universo.

Affidarsi ad Allah non significa essere fatalisti

Credere nel decreto divino non significa sedersi e aspettare che gli eventi accadano.

Il musulmano agisce.

Studia, lavora, cura, costruisce, educa, dialoga, difende la giustizia e cerca la pace. Utilizza le cause e i mezzi che Allah ha posto nel mondo e assume la responsabilità delle proprie decisioni.

Poi, dopo avere fatto quanto è nelle sue possibilità, riconosce che il risultato finale non gli appartiene completamente.

Questa è una delle differenze fondamentali tra fatalismo e tawakkul, l'affidamento ad Allah.

Il fatalista dice: «Non faccio nulla perché tutto è già scritto.»

Il credente dice: «Farò tutto ciò che è giusto e nelle mie possibilità, ma affiderò ad Allah ciò che non posso controllare.»

Un esempio semplice: l'esame

Possiamo comprenderlo attraverso un esempio molto semplice, lo stesso che possiamo spiegare ai nostri figli.

Ho un esame, ma decido di non studiare. Arriva il giorno dell'esame e vengo bocciato.

Posso dire: «È stata la volontà di Allah», per sottrarmi alla mia responsabilità?

No.

Avevo la possibilità di studiare e ho scelto di non farlo. La mia negligenza appartiene alla mia responsabilità e non posso utilizzare il decreto divino come giustificazione per una scelta sbagliata.

Immaginiamo invece una situazione diversa.

Studio seriamente. Mi preparo per settimane, utilizzo tutti i mezzi che Allah mi ha concesso e faccio quanto è nelle mie possibilità. Ma proprio il giorno dell'esame mi ammalo e non posso presentarmi.

La malattia non era una mia scelta.

Il credente riconosce allora che esistono avvenimenti che non controlla e li accoglie nell'ambito del qadar, il decreto di Allah, senza pretendere necessariamente di comprenderne immediatamente la ragione.

Questo è il punto essenziale:

la fede nel decreto di Allah non cancella la responsabilità dell'uomo, e la libertà dell'uomo non cancella la sovranità di Allah.

Un celebre insegnamento profetico lo esprime attraverso un'immagine semplicissima. Un uomo chiese al Profeta Muhammad ﷺ se dovesse lasciare libero il proprio cammello affidandosi ad Allah oppure legarlo.

Il Profeta ﷺ gli rispose:

«Legalo e affidati ad Allah.»

Prima agisci.
Prima utilizza i mezzi.
Prima assumiti le tue responsabilità.

Poi, ciò che non è nelle tue mani, affidalo ad Allah.

È questo l'equilibrio tra libero arbitrio e tawakkul: fare tutto ciò che dipende da noi, senza credere che tutto dipenda da noi.

Anche la storia passa attraverso le azioni degli uomini

Migrazioni, nascite, guerre, pace, trasformazioni culturali, crescita e declino delle civiltà possono essere spiegati attraverso cause storiche, politiche, economiche e demografiche.

Riconoscere queste cause non contraddice la fede.

Sono precisamente le azioni degli uomini a costituire una parte della storia.

Ma il credente aggiunge una dimensione ulteriore: le cause non possiedono un potere assoluto e indipendente dal Creatore.

Nessun governante, maggioranza, esercito, movimento politico o fenomeno demografico possiede una volontà assoluta capace di sottrarsi alla sovranità di Allah.

Il Corano dice:

«Voi non vorrete se non se Allah vuole, Signore dei mondi.»
Corano 81:29

Questo non elimina la storia umana né la responsabilità dell'uomo.

Significa semplicemente riconoscere che l'uomo agisce dentro la Creazione, non al di sopra del Creatore.

Ciò che accadrà domani appartiene ad Allah

L'essere umano può fare previsioni.

Può osservare statistiche, demografia, politica e trasformazioni sociali e immaginare come sarà una nazione tra cinquanta o cento anni.

Ma una previsione non è conoscenza dell'invisibile.

Il futuro appartiene ad Allah.

Per questo il musulmano pronuncia spesso parole semplicissime:

In shāʾ Allāh — se Allah vuole.

Non è una formula di rassegnazione. È il riconoscimento del limite umano.

Io posso desiderare qualcosa.
Posso lavorare perché accada.
Posso pregare perché accada.

Ma non posso conoscere con certezza ciò che Allah ha decretato per il futuro.

Il Corano ricorda:

«Non dire mai di una cosa: “Certamente domani farò questo”, senza dire: “Se Allah vuole”.»
Corano 18:23-24

La conoscenza dell'Ora

Lo stesso principio raggiunge la sua espressione più grande quando il Corano parla del Giorno del Giudizio:

«In verità, presso Allah è la conoscenza dell'Ora.»
Corano 31:34

L'umanità può sviluppare tecnologie straordinarie, esplorare l'universo e comprendere sempre meglio le leggi della natura.

Eppure rimane una creatura.

La conoscenza assoluta appartiene al Creatore.

Ed è forse proprio qui che libero arbitrio e fede trovano il loro equilibrio più bello:

l'uomo non è una marionetta, ma neppure è Dio.

Gli è stata concessa la possibilità di scegliere, e proprio per questo sarà responsabile delle sue scelte.

Ma sopra le nostre decisioni, sopra le nostre previsioni e sopra il corso stesso della storia rimangono la conoscenza e la sovranità di Allah, l'Altissimo.

Una foglia cade.

Una goccia raggiunge la terra.

Un uomo compie una scelta.

Una generazione lascia il posto alla successiva.

Noi vediamo soltanto una piccola parte del cammino.

Allah conosce l'intero percorso.

Al credente spetta quindi agire con responsabilità, scegliere il bene, cercare la giustizia e la pace, utilizzare tutti i mezzi leciti che gli sono stati concessi e, dopo aver fatto tutto ciò che è nelle proprie possibilità, affidarsi con serenità ad Allah.

Perché affidarsi ad Allah non significa rinunciare ad agire. Significa agire sapendo che non siamo noi ad avere l'ultima parola.

Amb. Alfredo Maiolese
President, European Muslims League (EML)

Lo specchio: Islam, Occidente e pudore

Immaginiamo uno specchio.

Una donna occidentale che camminasse per le strade di Kabul vestita secondo le normali consuetudini europee potrebbe essere percepita come estranea ai codici sociali locali. Allo stesso modo, una donna afghana completamente coperta che cammina per Milano, Parigi o Londra può attirare sguardi, curiosità e talvolta diffidenza.

Ogni società tende a considerare normale ciò a cui è abituata e strano ciò che appartiene agli altri.

Ma cultura, religione e libertà personale non sono la stessa cosa.

Il burqa non è il pudore

In Europa si confondono spesso burqa, niqab, hijab e principio religioso del pudore.

Il burqa afghano è una specifica forma storica e culturale di copertura integrale e non viene indicato dal Corano come capo obbligatorio.

Il pudore, invece, è un principio religioso chiaramente presente nell'Islam e riguarda entrambi i sessi.

È significativo che il Corano, prima ancora di rivolgersi alle donne, dica agli uomini credenti di abbassare lo sguardo e custodire la propria castità (Corano 24:30), per poi rivolgersi alle donne (24:31).

La responsabilità, quindi, non viene posta soltanto sul corpo della donna. Anche l'uomo deve governare il proprio sguardo e i propri desideri.

Ma questo è davvero così estraneo all'Occidente?

Il pudore non appartiene soltanto all'Islam.

Nel Vangelo, Gesù richiama l'uomo alla responsabilità persino rispetto allo sguardo desiderante (Matteo 5:27-28). Nel cristianesimo troviamo inoltre richiami alla modestia e alla castità.

Nell'ebraismo esiste il concetto di tzniut, che riguarda modestia, comportamento e dignità della persona.

Le tre religioni non hanno regole identiche e sarebbe sbagliato sostenere il contrario. Ma presentare il pudore come qualcosa di esclusivamente islamico significa dimenticare una parte importante della storia religiosa dell'Occidente.

Basta osservare una fotografia dell'Ottocento o dei primi decenni del Novecento. L'abbigliamento, i rapporti tra uomini e donne, la famiglia e la sessualità erano regolati da codici molto diversi da quelli attuali.

Questo non significa idealizzare il passato. Le donne hanno conquistato diritti fondamentali che devono essere difesi.

Significa semplicemente riconoscere che l'Occidente è cambiato.

Ma che cos'è, allora, l'Occidente?

Qui nasce forse l'equivoco più grande.

L'Islam è una religione. L'Occidente non lo è.

L'Occidente è il risultato di molte eredità: cristianesimo ed ebraismo, cultura greco-romana, umanesimo, Illuminismo, democrazia liberale, sviluppo scientifico e, soprattutto negli ultimi secoli, crescente secolarizzazione.

Per questo dire semplicemente “Islam contro Occidente” significa confrontare due categorie differenti.

Molto spesso il vero confronto non è tra Islam e Occidente, ma tra una visione religiosa dell'essere umano e una visione contemporanea fortemente fondata sull'autonomia individuale.

La prima domanda:

“Che cosa è giusto davanti a Dio?”

La seconda tende maggiormente a chiedere:

“Che cosa sono libero di fare, purché non danneggi gli altri?”

Sono due modi differenti di concepire la libertà.

Per la religione, infatti, non tutto ciò che desideriamo o che avviene consensualmente diventa automaticamente moralmente giusto. Esistono anche responsabilità verso Dio, verso noi stessi, verso la famiglia e verso la società.

Chi critica una donna musulmana coperta?

Dovremmo allora porre una domanda che raramente viene formulata.

Quando qualcuno critica una donna perché sceglie di coprirsi, parla in quanto cristiano oppure in quanto occidentale contemporaneo?

Non è la stessa cosa.

Un cristiano può certamente discutere la teologia islamica. Ma se considera il pudore in sé qualcosa di arretrato, entra in contrasto anche con una parte importante della propria tradizione religiosa.

Il confronto, quindi, non dovrebbe essere costruito artificialmente come Islam contro cristianesimo o Islam contro Occidente.

La questione più profonda riguarda il posto che una società attribuisce a Dio, al desiderio, alla disciplina personale e alla libertà.

Mettiamoci nei suoi panni

Una donna afghana o musulmana non deve essere costretta a coprirsi. Su questo non dovrebbe esserci alcuna ambiguità.

Ma proviamo anche, per un momento, a metterci nei suoi panni.

Una donna nata e cresciuta in una società nella quale coprirsi rappresenta normalità, educazione, pudore o convinzione religiosa non necessariamente si sentirà più libera semplicemente togliendo il velo o indossando gli stessi abiti delle altre donne occidentali.

Ciò che per una donna europea può apparire normale, per lei potrebbe significare esporsi in un modo che le provoca disagio.

Esattamente come una donna occidentale potrebbe sentirsi profondamente a disagio se, trasferendosi altrove, qualcuno pretendesse improvvisamente che coprisse il proprio corpo secondo consuetudini che non sente proprie.

È qui che lo specchio diventa veramente utile.

Non possiamo condannare l'imposizione di coprirsi e, contemporaneamente, considerare emancipata una donna soltanto quando decide di scoprirsi.

La libertà deve funzionare in entrambe le direzioni.

Naturalmente cultura, educazione e religione influenzano profondamente le nostre scelte. Accade alla donna afghana come alla donna europea.

Ma proprio per questo la domanda non dovrebbe essere:

“Quanto è coperta?”

La domanda dovrebbe essere:

“È stata rispettata nella sua dignità e nella sua scelta?”

Lo specchio

Forse, prima di domandarci perché “l'Islam” sia diverso “dall'Occidente”, dovremmo formulare meglio la domanda.

Non Islam contro Occidente.

Perché l'Occidente non è una religione.

Il vero confronto riguarda differenti concezioni della persona, della libertà, del desiderio, della famiglia, della responsabilità e del rapporto con Dio.

Né scoprirsi né coprirsi rende automaticamente una donna libera.

E forse la libertà comincia proprio quando smettiamo di pretendere che l'altro debba assomigliarci per essere considerato libero.

European Muslims League (EML)
Dialogo, conoscenza reciproca e rispetto della libertà religiosa.

martedì 25 agosto 2026

Alfredo Maiolese – International Press, Media and Public Activities Archive

English
Explore the documentary archive dedicated to the international press coverage, interviews and public and institutional activities of Alfredo Maiolese, with references to media sources from different countries.

Italiano
Consulta l’archivio documentale dedicato alla presenza di Alfredo Maiolese sulla stampa internazionale, alle interviste e alle attività pubbliche e istituzionali, con riferimenti a fonti mediatiche di diversi Paesi.

العربية
اطّلع على الأرشيف التوثيقي المخصص للتغطية الصحفية الدولية والمقابلات والأنشطة العامة والمؤسسية لألفريدو مايوليزي، مع مراجع لمصادر إعلامية من مختلف دول العالم.

Français
Consultez les archives documentaires consacrées à la couverture d’Alfredo Maiolese dans la presse internationale, à ses interviews et à ses activités publiques et institutionnelles, avec des références à des sources médiatiques de différents pays.

Español
Consulte el archivo documental dedicado a la presencia de Alfredo Maiolese en la prensa internacional, sus entrevistas y sus actividades públicas e institucionales, con referencias a fuentes de comunicación de diferentes países.

Explore the International Documentary Archive:

lunedì 24 agosto 2026

Il Corano permette al marito di picchiare la moglie? Leggiamo tutte le fonti

Circola ancora, soprattutto sui social, l'affermazione secondo cui "il Corano permette al marito di picchiare la moglie".

La European Muslims League ritiene che una questione così delicata debba essere affrontata senza nascondere nulla, ma anche senza estrarre una parola dal suo contesto.

Cosa dice realmente Corano 4:34

Il versetto citato è Corano 4:34. L'espressione araba wa-ḍribūhunna è stata interpretata dalla maggioranza dell'esegesi classica anche nel senso di "colpitele", nell'ambito di una grave crisi coniugale, dopo l'ammonimento e la separazione nel letto e con limiti che escludono il danno.

Negare l'esistenza di questa interpretazione storica sarebbe scorretto.

Ma fermarsi a quella parola e tradurla nello slogan "l'Islam permette agli uomini di picchiare le mogli" è altrettanto scorretto.

Guardiamo la Sunnah e il comportamento del Profeta ﷺ

Āʾisha riferisce in Ṣaḥīḥ Muslim 2328a che il Messaggero di Allah ﷺ non colpì mai con la propria mano né una donna né un servitore.

In Sunan Abī Dāwūd 2146 troviamo inoltre l'esortazione:

"Non colpite le serve di Allah."

Quando alcune donne si lamentarono dei propri mariti, il Profeta ﷺ disse di quegli uomini:

"Non sono i migliori tra voi."

La domanda diventa allora inevitabile: se picchiare la moglie rappresentasse davvero il comportamento che l'Islam propone al marito, perché il Profeta Muhammad ﷺ non lo fece con le proprie mogli e giudicò negativamente gli uomini che si comportavano in quel modo?

Il cammello non vede la propria gobba

Prima di attribuire la violenza a una religione, dovremmo guardare anche ciò che accade nelle nostre società.

Secondo ISTAT, nel 2023 in Italia sono state uccise 117 donne. Di queste, 63 sono state uccise dal partner o dall'ex partner. ISTAT stima inoltre 96 femminicidi secondo il framework statistico adottato.

Fonte ufficiale: ISTAT – "Le vittime di omicidio – Anno 2023", 20 novembre 2024.

Chiunque può verificare direttamente i dati sul sito ufficiale ISTAT.

Questi numeri non dimostrano certamente che il cristianesimo sia responsabile degli omicidi commessi in Italia.

Sarebbe assurdo sostenerlo.

Un uomo italiano che maltratta o uccide la propria moglie non rappresenta automaticamente il cristianesimo, anche se è nato e cresciuto in una società di tradizione cristiana.

Perché utilizzare un criterio differente quando l'uomo violento è musulmano?

Un musulmano che picchia, terrorizza o maltratta la propria moglie non rappresenta automaticamente l'Islam. Può essere un uomo violento, ignorante delle proprie fonti o qualcuno che prende una frase religiosa e la interpreta secondo la propria convenienza.

Una frase isolata non rappresenta una religione

La European Muslims League non sostiene che l'interpretazione classica di Corano 4:34 non sia mai esistita.

Sostiene qualcosa di più preciso:

trasformare Corano 4:34 nella frase "l'Islam autorizza gli uomini a picchiare le mogli" significa eliminare il contesto, i limiti posti dalla tradizione, la Sunnah e soprattutto l'esempio personale del Profeta Muhammad ﷺ.

La violenza domestica non diventa religiosamente giustificabile perché qualcuno prende una parola dal Corano per legittimare il proprio comportamento.

Il Corano descrive il matrimonio attraverso mawadda e raḥma: affetto e misericordia (Corano 30:21), e ordina:

"Comportatevi con loro secondo benevolenza."
(Corano 4:19)

Difendere correttamente l'Islam non significa nascondere i testi difficili.

Significa leggerli tutti: Corano, Sunnah, contesto, tafsīr, fiqh e comportamento del Profeta ﷺ.

E applicare lo stesso criterio a tutti.

La violenza contro le donne deve essere condannata sempre, indipendentemente dalla nazionalità, dalla cultura o dalla religione dell'aggressore.

European Muslims League – EML
Monitor. Verify. Document. Respond.

Fonti

ISTAT – Le vittime di omicidio, anno 2023

Ṣaḥīḥ Muslim 2328a – Testimonianza di ʿĀʾisha sulla condotta del Profeta ﷺ

Sunan Abī Dāwūd 2146 – Non colpite le serve di Allah.


domenica 23 agosto 2026

Europe’s Muslims Fight Back Against the Hate WaveAs anti-Muslim incidents rise across Europe, Dr Yvonne Ridley reflects on why organisation, dialogue and institutional engagement may offer a stronger response than anger and division


Dr Yvonne Ridley – Journalist, author and European Muslims League Secretary-General. 

There was a time when the word “Islamophobia” could be dismissed by some European politicians as a term invented by activists, a convenient label for silencing criticism of Islam.

Those days are becoming increasingly difficult to sustain.

Across Europe, Muslims are reporting discrimination, harassment, threats and violence at levels that should concern anyone who takes equality and democratic citizenship seriously.

The figures emerging from Germany, France and Britain are disturbing, while research by the European Union Agency for Fundamental Rights suggests that the problem extends far beyond individual countries.

Almost one in two Muslim respondents in the FRA survey reported experiencing racial discrimination during the previous five years.

Germany documented more than 4,000 anti-Muslim incidents during 2025 — more than 11 every day.

France recorded a dramatic increase in anti-Muslim acts, while Britain also saw religious hate crimes targeting Muslims rise.

These are not simply arguments taking place on social media.

They involve discrimination, threats, harassment, physical violence and attacks affecting Muslim communities and their places of worship.

Yet the question facing Europe's Muslims is not only how to expose Islamophobia.

It is how to respond to it.

This is where the approach being developed by the European Muslims League (EML) deserves attention.

Its President, Ambassador Alfredo Maiolese, is advocating a response based not on isolation or retaliation, but on organisation, institutional engagement and responsibility.

His message can be summarised simply:

“We cannot fight hatred with more hatred.”

That principle matters.

Muslims should have the confidence to defend their rights while simultaneously defending the principles of the societies in which they live: the rule of law, democratic participation, education, social responsibility and peaceful coexistence.

Being Muslim and being European are not competing identities.

Millions of Muslims were born in Europe. They raise their children here, work here, study here, build businesses here, pay taxes here and contribute every day to European society.

They are not temporary visitors.

They are part of Europe.

And yet Muslims are still too often spoken about rather than spoken with.

Governments develop policies concerning Muslims. Politicians debate Muslims. Newspapers discuss Muslims. Security agencies monitor issues involving Muslim communities.

But the voices of those actually living the European Muslim experience are not always present when those conversations take place.

The European Muslims League is attempting to change that.

Not by asking for special privileges.

Not by demanding immunity from criticism.

And certainly not by defending criminal behaviour simply because the perpetrator happens to be Muslim.

The principle should be straightforward.

If a Muslim commits a crime, that individual is responsible.

If a Christian commits a crime, that individual is responsible.

If an atheist commits a crime, that individual is responsible.

Religion should never become a collective criminal record.

That principle also explains why confronting disinformation is becoming increasingly important.

Criticism of Islam is legitimate and belongs within freedom of expression.

Deliberately spreading false information, manipulating Islamic texts, removing quotations from their historical or theological context or portraying an entire religious community as collectively dangerous is something different.

The answer, however, must still be facts rather than counter-propaganda.

That is why the EML's emerging approach — documenting incidents, verifying information, engaging journalists and institutions and responding through evidence — could prove important.

There is also a wider lesson.

Islamophobia is not exclusively a Muslim problem.

Once a society becomes comfortable with collective blame, religious prejudice and the idea that millions of people can be judged according to the actions of individuals, something much larger begins to erode.

Equality before the law cannot depend upon someone's religion.

Nor can human dignity.

Europe's Muslims therefore have every right to organise themselves and demand that their security and dignity be protected.

But rights also bring responsibilities.

The strongest answer to those who portray Muslims as incapable of integrating into European society may ultimately be Muslims themselves: doctors, teachers, workers, entrepreneurs, students, parents and citizens participating openly and confidently in the societies they call home.

That is why the European Muslims League's initiative is worth watching.

At a moment when Europe's political debate is increasingly polarised, it is offering something less dramatic but potentially much more effective:

dialogue, responsibility, institutional engagement and equality before the law.

The statistics tell us that the problem is real.

The next question is whether Europe is prepared to confront it without creating new divisions in the process.

Dr Yvonne Ridley

European Muslims League

sabato 22 agosto 2026

EML Launches Islamophobia Watch: Monitoring, Verifying and Responding with Facts


The European Muslims League (EML) has launched EML Islamophobia Watch – European Monitoring & Response Unit, a new initiative dedicated to monitoring Islamophobia, disinformation and the manipulation of information concerning Islam and Muslims across media, websites, blogs and social networks.

The digital environment has dramatically accelerated the circulation of information. A misleading headline, an inaccurate quotation or a religious text taken out of context can reach thousands — sometimes millions — of people within hours.

This is why monitoring alone is not enough.

Information must be verified.

EML Islamophobia Watch will identify significant cases and examine the sources behind them.

When the Qur’an is quoted, the original text, translation and context will be checked.

When a hadith — a narration reporting words, actions or teachings attributed to the Prophet Muhammad — is used, its authenticity and context will be examined.

When reference is made to the Sunnah — the Prophetic tradition that constitutes, together with the Qur’an, a fundamental reference in Islam —, the relevant sources will be verified.

Historical claims, statistics and public statements will likewise be compared with available evidence.

Not every criticism is Islamophobia

The purpose of this initiative is not to label every disagreement or criticism concerning Islam as Islamophobia.

Nor is it intended to create lists of enemies or restrict freedom of expression.

If a statement is correct, we will acknowledge it.
If it is false or manipulated, we will show the sources.

The same principle applies internally: EML will continue to oppose those who misuse Islam to justify extremism, terrorism, religious hatred or the rejection of peaceful coexistence.

Credibility requires consistency.

Monitor. Verify. Document. Respond.

The work of EML Islamophobia Watch will be based on four principles:

MONITOR — observe media, websites, blogs and social networks.

VERIFY — examine facts, religious texts, translations, historical context and original sources.

DOCUMENT — preserve evidence and provide transparent references.

RESPOND — answer misinformation through facts, knowledge, culture and dialogue.

The European Muslims League has worked since 2010 in intercultural and interreligious dialogue and conflict prevention. Today, that commitment extends more strongly into the digital sphere.

Islamophobia is not solely a Muslim issue.

When misinformation and generalisations target a religious community, what is at stake is also the quality of public information, social cohesion and our ability to live together without fear of one another.

For this reason, EML Islamophobia Watch welcomes cooperation with institutions, universities, researchers, journalists, religious organisations and civil society — Muslim and non-Muslim alike.

We do not intend to answer propaganda with propaganda.

We will monitor.
We will verify.
We will document.
We will respond.

Not with hatred. With sources.

We counter ideas with ideas.

European Muslims League – EML
EML Islamophobia Watch – European Monitoring & Response Unit

Read the official announcement

The full presentation of the initiative is available on the official European Muslims League website:

EML Islamophobia Watch – European Monitoring & Response Unit

https://www.eml.fm/eml-islamophobia-watch-is-launched/?utm_source=chatgpt.com

Quando la critica diventa falsificazione


Criticare una religione è legittimo. Inventare ciò che dicono i suoi testi sacri non lo è.

Nell'immagine che sta circolando vengono indicati alcuni versetti del Corano accompagnandoli con frasi che, in diversi casi, quei versetti semplicemente non contengono.

Il Corano contiene versetti relativi alla guerra e al combattimento. Negarlo sarebbe intellettualmente scorretto. Ma altrettanto scorretto è trasformare passi riferiti a combattimenti, nemici e circostanze determinate in ordini universali contro tutti i non musulmani.

Corano 9:111 – “72 vergini per chi uccide i non musulmani”

Nel versetto non compaiono né il numero 72 né un ordine di uccidere i non musulmani in cambio di vergini. Il testo parla dei credenti che offrono ad Allah le proprie vite e i propri beni in cambio del Paradiso e menziona il combattimento sulla via di Allah. Attribuirgli la frase pubblicata nell'immagine significa fargli dire qualcosa che non dice.

Corano 2:217 – “Ucciderete chi abbandona l'Islam”

Anche questa frase non compare nel versetto. Il testo parla del combattimento nel mese sacro e afferma che chi abbandona la propria religione e muore nella miscredenza vedrà vanificate le proprie opere. Non contiene l'ordine: “uccidete chi abbandona l'Islam”.

Corano 8:12 e 47:4 – “Decapiterete i non musulmani”

Sono passi con un linguaggio di guerra duro e non abbiamo alcuna necessità di nasconderlo. Ma riguardano il combattimento contro un nemico, non l'esistenza pacifica dei non musulmani. In particolare 47:4 prosegue parlando dei prigionieri e della possibilità di liberarli gratuitamente o dietro riscatto, fino alla cessazione della guerra. Citare soltanto alcune parole e trasformare “il nemico in battaglia” in “tutti i non musulmani” altera il significato.

Corano 8:60 – “Terrorizzerete i non musulmani”

Il versetto parla della preparazione della forza nei confronti del nemico, cioè di deterrenza in un contesto di conflitto. “Nemico” e “non musulmano” non sono sinonimi. Sostituire una categoria con l'altra produce un significato che il testo non contiene.

Corano 3:28 e 16:106 – “Mentirai per rafforzare l'Islam”

Questa frase non esiste nei due versetti. Il secondo, 16:106, riguarda la persona costretta sotto minaccia a pronunciare parole contrarie alla propria fede mentre il suo cuore rimane saldo. Trasformarlo in un'autorizzazione generale a mentire per promuovere l'Islam è una falsificazione del contenuto.

Ma esiste una questione ancora più importante.

Prima di condividere un'accusa contro la religione di milioni di persone, abbiamo il dovere morale di verificarla.

Questo principio non appartiene soltanto all'Islam.

Il Corano ammonisce:

“O voi che credete, se un malvagio vi porta una notizia, verificatela...”
(Corano 49:6)

E ammonisce anche:

“Non seguire ciò di cui non hai conoscenza.”
(Corano 17:36)

La stessa responsabilità morale attraversa anche la tradizione ebraica e quella cristiana. Il comandamento biblico “Non pronunciare falsa testimonianza contro il tuo prossimo” appartiene al patrimonio religioso condiviso da ebrei e cristiani.

Per un credente, dunque, diffondere consapevolmente una falsità contro un'altra comunità religiosa non è semplicemente un comportamento scorretto sui social: è una responsabilità morale e religiosa davanti a Dio.

E allora una domanda è inevitabile.

Quando qualcuno dedica sistematicamente tempo ed energie a raccogliere e diffondere contenuti contro una determinata religione, senza verificare nemmeno se le frasi attribuite al suo Libro sacro esistano realmente, siamo ancora davanti a una ricerca della verità?

Oppure qualcuno ha interesse a trasformare la paura in ostilità?

Non possiamo conoscere le intenzioni di chi pubblica e non intendiamo attribuirgliene. Possiamo però giudicare ciò che viene pubblicato.

La critica all'Islam è legittima.

La discussione sui versetti difficili del Corano è legittima.

Il confronto storico e teologico è legittimo.

La falsificazione non lo è.

Se vogliamo discutere dell'Islam, discutiamone apertamente. Prendiamo il Corano, leggiamo i versetti integralmente, studiamone il contesto e confrontiamoci anche sui passaggi più difficili.

Combattiamo le idee con le idee.

Non con frasi inventate attribuite a un Libro sacro.

European Muslims League – EML

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