giovedì 20 agosto 2026

La fede non si giudica dagli errori degli uomini.



Cristiani e musulmani davanti alla storia senza paura della verità

La storia delle religioni è anche una storia di uomini e gli uomini possono sbagliare persino quando affermano di agire nel nome di Dio

La storia dei cristiani copti d Egitto ne è un esempio importante

Dopo il Concilio di Calcedonia del 451 le divergenze tra la Chiesa copta e Costantinopoli provocarono anche persecuzioni e forti pressioni da parte del potere cristiano bizantino contro i cristiani egiziani non calcedoniani

Quando nel settimo secolo le forze arabe musulmane guidate da Amr ibn al As conquistarono l Egitto trovarono quindi una società già profondamente divisa sul piano religioso e politico

Sotto il nuovo governo i cristiani conservarono la propria fede le proprie comunità e i propri luoghi di culto all interno dello status di dhimmi

Tra gli obblighi vi era la jizya una forma di imposizione fiscale prevista per determinate categorie di non musulmani

È importante collocarla nel sistema dell epoca e non presentarla semplicemente come una punizione per essere cristiani

Ogni organizzazione statale necessita di entrate per sostenere l amministrazione la sicurezza e i servizi e anche i musulmani erano soggetti a propri obblighi economici e religiosi tra cui la zakat

Ciò non significa che quel sistema garantisse l uguaglianza giuridica nel significato moderno del termine ma neppure che il pagamento della jizya equivalesse automaticamente a una conversione forzata

Nel corso dei secoli l Egitto conobbe una progressiva arabizzazione e islamizzazione e vi furono anche periodi nei quali i cristiani subirono discriminazioni pressioni e persecuzioni sotto governanti musulmani

Un musulmano non deve avere paura di riconoscerlo

Ma lo stesso criterio deve essere applicato alla storia cristiana

L Europa cristiana conobbe l Inquisizione persecuzioni religiose e condanne per eresia

Giovanna d Arco fu processata da un tribunale ecclesiastico condannata come eretica e bruciata sul rogo nel 1431 mentre Galileo Galilei fu processato dall Inquisizione e costretto all abiura

Sarebbe però profondamente ingiusto utilizzare questi avvenimenti per affermare che questo sia il Cristianesimo o il messaggio di Gesù Cristo

Allo stesso modo non possiamo attribuire all Islam ogni ingiustizia commessa nei secoli da sovrani o governi musulmani

Esiste inoltre un errore da evitare

Non è corretto rappresentare i copti come gli unici discendenti degli antichi egiziani e gli egiziani musulmani come semplici discendenti degli invasori arabi

La conquista fu araba ma arabizzazione e islamizzazione furono processi durati secoli durante i quali una grande parte della popolazione egiziana cambiò progressivamente lingua cultura e religione

Copti e musulmani condividono quindi una parte profonda della stessa storia egiziana

Oggi il principio deve essere ancora più semplice

Un musulmano che chiede rispetto per una moschea in Europa deve difendere con la stessa forza il diritto di un cristiano ad avere una chiesa in un Paese musulmano

E un cristiano che difende la propria libertà religiosa deve riconoscere quella del musulmano

La European Muslims League ritiene che la libertà religiosa sia indivisibile

Difendere un musulmano discriminato in Europa e un cristiano discriminato in Medio Oriente significa difendere lo stesso principio

La dignità della persona e il diritto di professare liberamente la propria fede

La storia non deve diventare un arma per dividerci

Deve diventare una lezione per non ripetere gli errori degli uomini

European Muslims League – EML

Jihad significa davvero guerra?

Sui social circola un video pubblicato da Ciro Principe nel quale si sostiene che nell’Islam alcuni termini verrebbero presentati ai non musulmani con un significato diverso da quello reale

Nel video vengono citati Taqiyya Kitmān e Tawriya parlando di una presunta manipolazione nell’Islam e viene utilizzato anche il termine jihad sostenendo che significherebbe guerra mentre i musulmani lo presenterebbero come sforzo

È necessario fare chiarezza partendo prima di tutto dalla lingua araba dal Corano e dal contesto

Cosa significa jihad

Nel versetto 9:73 mostrato nel video compare la parola

جَاهِدِ – jāhid

Il termine deriva dalla radice araba ج هـ د – j-h-d che esprime il concetto di sforzarsi impegnarsi lottare

La parola araba per guerra è invece حرب – ḥarb mentre قتال – qitāl indica il combattimento

Questo non significa negare che il jihad possa comprendere in determinate circostanze anche una dimensione armata ma significa riconoscere una cosa molto semplice

Jihad non è sinonimo di guerra

È lo stesso Corano a dimostrarlo

In Corano 25:52 Allah dice

فَلَا تُطِعِ الْكَافِرِينَ وَجَاهِدْهُم بِهِ جِهَادًا كَبِيرًا

Non obbedire dunque ai miscredenti e compi contro di loro per mezzo di esso un grande jihad

L’espressione per mezzo di esso viene tradizionalmente riferita al Corano e quindi alla Rivelazione

Allah ordina al Profeta Muhammad ﷺ di compiere un grande jihad attraverso il Corano attraverso la parola l’argomentazione e la fermezza nella fede

La Sura al Furqān è inoltre generalmente considerata meccana quindi precedente alle battaglie della comunità musulmana

Qui il jihad viene quindi compiuto attraverso la Rivelazione e non attraverso le armi

È lo stesso Corano a dimostrare che jihad non significa automaticamente guerra

Lo sforzo contro il proprio ego

Nella tradizione islamica troviamo anche la mujāhadat al-nafs cioè lo sforzo e la lotta interiore contro il proprio nafs il proprio ego

È l’impegno quotidiano del credente nel controllare egoismo ira passioni tentazioni e tutto ciò che lo allontana dal bene e da Allah

Anche questo è jihad

Questo esempio dimostra ancora una volta perché jihad non possa essere tradotto automaticamente con guerra perché in questo contesto significa sforzo e lotta contro il proprio ego e non combattimento armato

Il versetto 9:73 mostrato nel video

Il versetto appartiene alla Sura at Tawbah e deve essere letto nel contesto delle tensioni dei conflitti e della situazione degli ipocriti nella comunità di Medina

Il testo arabo dice

يَا أَيُّهَا النَّبِيُّ جَاهِدِ الْكُفَّارَ وَالْمُنَافِقِينَ وَاغْلُظْ عَلَيْهِمْ

Anche qui viene utilizzata la parola jāhid

Alcune traduzioni italiane scelgono di renderla con combatti ma una traduzione rappresenta anche una scelta interpretativa

Non si può quindi prendere la parola italiana combatti scelta da una traduzione e utilizzarla come prova che la parola araba jihad significhi sempre guerra

Taqiyya Kitmān e Tawriya

Anche su questi termini bisogna fare chiarezza perché non sono sinonimi e soprattutto non significano che un musulmano possa mentire liberamente ai non musulmani

Taqiyya تقيّة riguarda la possibilità di dissimulare la propria fede in particolari condizioni di pericolo persecuzione o costrizione ed è un concetto che ha avuto uno sviluppo particolarmente importante nella tradizione sciita

Kitmān كتمان significa nascondere tacere o non rivelare qualcosa e trasformare questa parola in una presunta dottrina islamica dell’inganno verso i non musulmani significa attribuirle un significato che va ben oltre la parola stessa

Tawriya تورية riguarda invece l’utilizzo di un’espressione indiretta che può avere più di un significato e la tradizione giuridica ne discute l’utilizzo in circostanze particolari

Non rappresenta un’autorizzazione generale alla menzogna

Mettere insieme Taqiyya Kitmān Tawriya e Jihad e presentarli come strumenti utilizzati dai musulmani per ingannare sistematicamente chi non appartiene alla loro religione significa mettere sullo stesso piano concetti differenti che hanno significati e contesti differenti

Criticare è legittimo ma bisogna conoscere ciò che si critica

Nessuno deve sostenere che il jihad sia sempre e soltanto uno sforzo spirituale perché la storia e la giurisprudenza islamica conoscono anche il jihad in determinati contesti militari

Ma è altrettanto sbagliato sostenere che jihad significhi guerra e che i musulmani parlino di sforzo per manipolare chi non conosce l’Islam

Criticare una religione è legittimo così come è legittimo discutere il Corano

Ma prima di accusare i musulmani di manipolare il significato della propria religione è necessario conoscere le parole nella loro lingua originale leggere le fonti e soprattutto comprenderne il contesto

Una parola estratta dal suo contesto può essere utilizzata per dimostrare quasi qualsiasi cosa

La conoscenza invece richiede studio correttezza e rispetto

Ed è proprio da qui che dovrebbe iniziare ogni vero dialogo

European Muslims League – EML

Video oggetto dell’analisi

EML: "Ebrei, cristiani e musulmani uniti: nessuno invochi Dio per giustificare le uccisioni"


La European Muslims League richiama le comunità religiose a una voce comune contro antisemitismo, odio anticristiano, islamofobia ed estremismo politico e religioso.

La European Muslims League (EML), intervenendo sulle recenti dichiarazioni del ministro israeliano Itamar Ben-Gvir riguardanti Gaza riportate dalla stampa internazionale, rivolge un appello alle comunità religiose affinché respingano insieme ogni linguaggio che possa giustificare o normalizzare l’uccisione di esseri umani.

Chiediamo ai nostri fratelli ebrei e cristiani di unirsi a noi in una voce comune. La grande maggioranza dei credenti rifiuta l’odio, l’estremismo e la violenza. Combattiamo insieme l’antisemitismo, l’odio anticristiano e l’islamofobia, così come ogni forma di discriminazione e persecuzione religiosa. Nessun ebreo deve essere perseguitato perché ebreo, nessun cristiano perché cristiano, nessun musulmano perché musulmano. La dignità e la vita umana non cambiano secondo la fede, dichiara Alfredo Maiolese, Presidente della European Muslims League.

Conosco e sono amico di molti ebrei, persone di pace che nulla hanno a che vedere con l’estremismo politico. Proprio per questo rifiuto che l’Ebraismo venga identificato con le dichiarazioni di un singolo ministro, così come rifiuto che il Cristianesimo o l’Islam vengano identificati con le azioni di singoli estremisti. I popoli e le religioni non possono essere chiamati a rispondere delle parole o delle azioni dei singoli.

La EML ha sempre condannato terrorismo, uccisioni, odio, intolleranza e persecuzioni, indipendentemente dall’identità, dalla religione o dalla nazionalità delle vittime e dei responsabili.

Non possiamo avere due pesi e due misure. La vita di un bambino palestinese ha lo stesso valore della vita di un bambino israeliano. La sofferenza di una madre non cambia valore secondo la sua religione, nazionalità o provenienza. Lo stesso principio deve valere ovunque nel mondo quando a essere perseguitati sono ebrei, cristiani, musulmani o appartenenti a qualsiasi altra comunità.

Maiolese richiama inoltre la necessità di non confondere immigrazione, criminalità e religione.

Un migrante che commette un reato risponde personalmente davanti alla legge e non rappresenta la propria religione. Allo stesso modo, un cittadino autoctono che commette un crimine risponde delle proprie azioni e non rappresenta una fede o un’intera comunità. Le leggi esistono e devono essere applicate a tutti, senza trasformare una responsabilità individuale in una colpa religiosa o collettiva.

La European Muslims League richiama inoltre la responsabilità della politica, in ogni Paese e senza distinzioni, rispetto al linguaggio utilizzato.

Dobbiamo respingere il linguaggio di quei politici che cercano consenso o visibilità alimentando paura, odio e contrapposizione tra popoli e religioni. Non importa se siano israeliani, palestinesi, europei o di qualsiasi altra nazionalità. Nessuno dovrebbe utilizzare la fede, l’origine di un popolo o la paura dell’altro come strumento politico.

Ebrei, cristiani e musulmani credono nell’unico Dio. Abbiamo differenze nelle nostre fedi, ma queste differenze non possono mai trasformarsi in una giustificazione per perseguitare, discriminare o uccidere.

La European Muslims League invita quindi le comunità ebraiche, cristiane e musulmane, insieme alle istituzioni e alla società civile, a costruire una posizione comune contro l’antisemitismo, l’odio anticristiano e l’islamofobia, e contro ogni forma di persecuzione religiosa.

Non permettiamo agli estremisti di parlare a nome delle nostre fedi.

Non in nome dell’Ebraismo, non in nome del Cristianesimo, non in nome dell’Islam.

Difendere la vita dell’altro significa difendere anche la nostra.

Speaker of the Somali Parliament Publicly Thanks the European Muslims League....Il Presidente del Parlamento somalo ringrazia pubblicamente la European Muslims League

H.E. Abdulkadir Mohamed Nur, Speaker of the House of the People, expresses his appreciation to EML Secretary-General Dr. Yvonne Ridley

The European Muslims League (EML) welcomes with particular appreciation the public message issued by H.E. Abdulkadir Mohamed Nur, Speaker of the House of the People of the Federal Parliament of Somalia, thanking Dr. Yvonne Ridley, Secretary-General of the European Muslims League, for her congratulations on the occasion of his election.

In his public message, the Speaker expressed his sincere appreciation for the thoughtful gesture and the message of congratulations conveyed by the EML Secretary-General.

This recognition represents a further sign of the importance of the institutional dialogue that the European Muslims League continues to promote at the international level, building relationships based on mutual respect, cooperation and the promotion of peace.

Somalia holds a particularly significant position in the Horn of Africa and continues to face important challenges related to security, stability and development. In this context, strengthening institutions and engaging younger generations are fundamental elements in building a future of peace and countering extremism and violence.

The European Muslims League considers dialogue with institutions and civil society to be one of the essential instruments for preventing radicalisation, promoting peaceful coexistence and, above all, offering young people alternatives based on education, responsibility and a culture of peace.

The President of the EML, Amb. Alfredo Maiolese, expressed his appreciation for the Speaker’s message:

«“We warmly welcome this gesture by H.E. Abdulkadir Mohamed Nur. The EML will continue to build bridges of dialogue with institutions and communities, convinced that preventing violence and extremism also requires respect, education and the ability to offer young people a perspective of peace.”»

The European Muslims League will continue to develop its international relations and initiatives dedicated to intercultural and interreligious dialogue, conflict prevention and the building of a culture of peace, with particular attention to younger generations.

European Muslims League – EML

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Italian

Il Presidente della Camera del Popolo, H.E. Abdulkadir Mohamed Nur, ha espresso il proprio apprezzamento alla Segretaria Generale EML, Dr. Yvonne Ridley

La European Muslims League (EML) accoglie con particolare soddisfazione il messaggio pubblico con il quale H.E. Abdulkadir Mohamed Nur, Speaker della House of the People del Parlamento Federale della Somalia, ha ringraziato la Dr. Yvonne Ridley, Segretaria Generale della European Muslims League, per le congratulazioni ricevute in occasione della sua elezione.

Nel suo messaggio pubblico, lo Speaker ha espresso il proprio sincero apprezzamento per il gesto e per le parole di congratulazioni rivoltegli dalla Segretaria Generale EML.

Il riconoscimento rappresenta un ulteriore segnale dell'importanza del dialogo istituzionale che la European Muslims League porta avanti a livello internazionale, costruendo relazioni fondate sul rispetto reciproco, sulla cooperazione e sulla promozione della pace.

La Somalia occupa una posizione particolarmente significativa nel Corno d'Africa e continua ad affrontare importanti sfide legate alla sicurezza, alla stabilità e allo sviluppo. In questo contesto, il rafforzamento delle istituzioni e il coinvolgimento delle nuove generazioni rappresentano elementi fondamentali per costruire un futuro di pace e contrastare l'estremismo e la violenza.

La European Muslims League considera il dialogo con le istituzioni e con la società civile uno degli strumenti essenziali per prevenire la radicalizzazione, promuovere la convivenza e offrire soprattutto ai giovani alternative fondate sull'educazione, sulla responsabilità e sulla cultura della pace.

Il Presidente della EML, Amb. Alfredo Maiolese, ha espresso soddisfazione per il messaggio dello Speaker:

«“Accogliamo con grande piacere questo gesto di H.E. Abdulkadir Mohamed Nur. La EML continuerà a costruire ponti di dialogo con le istituzioni e con le comunità, nella convinzione che la prevenzione della violenza e dell'estremismo passi anche attraverso il rispetto, l'educazione e la capacità di offrire ai giovani una prospettiva di pace.”»

La European Muslims League continuerà a sviluppare le proprie relazioni internazionali e le iniziative dedicate al dialogo interculturale e interreligioso, alla prevenzione dei conflitti e alla costruzione di una cultura di pace, con particolare attenzione alle giovani generazioni.

European Muslims League – EML

sabato 15 agosto 2026

OLTRE IL VELO – LA SERIE COMPLETA

NOVE APPROFONDIMENTI. UN UNICO PERCORSO.

La European Muslims League (EML) presenta “Oltre il velo”, una serie di nove approfondimenti nata da una domanda apparentemente semplice:

La donna musulmana è realmente sottomessa e quella occidentale realmente emancipata?

Da questa domanda siamo arrivati molto più lontano.

Abbiamo parlato di libertà e dignità, hijab e burkini, Afghanistan e Indonesia, matrimoni precoci e mutilazioni genitali femminili, ʿĀʾisha, lavoro e indipendenza economica, condizione della donna occidentale, matrimonio, adulterio, convivenza, poligamia e responsabilità.

Fino ad arrivare alla domanda conclusiva:

Si può vivere senza Dio?

Non abbiamo cercato di contrapporre Islam e Occidente, né la donna musulmana alla donna occidentale.

Abbiamo cercato di andare oltre gli stereotipi.

Perché conoscere significa anche avere il coraggio di affrontare le domande più difficili.


TUTTI GLI EPISODI


1 DI 9 – LA DONNA MUSULMANA È DAVVERO SOTTOMESSA?

Libertà, dignità, fede e condizione femminile tra percezioni e realtà.



2 DI 9 – HIJAB, BURQA, BIKINI E BURKINI: CHI DECIDE COME DEVE VESTIRSI UNA DONNA?

La libertà non dovrebbe essere misurata semplicemente dalla quantità di corpo che una donna decide di mostrare o di coprire.



3 DI 9 – AFGHANISTAN, MATRIMONI PRECOCI E INFIBULAZIONE: ISLAM O CULTURA?

Quando religione, tradizioni tribali, storia, politica e condizioni sociali vengono confuse. Distinguere è indispensabile per comprendere.



4 DI 9 – ʿĀʾISHA: OLTRE UNA POLEMICA DI QUATTORDICI SECOLI

Il matrimonio con il Profeta Muhammad ﷺ, il contesto storico e la donna che sarebbe diventata una delle più importanti autorità intellettuali della prima comunità musulmana.



5 DI 9 – IL DENARO DELLA DONNA MUSULMANA: CHI MANTIENE CHI?

Lavoro, patrimonio personale, matrimonio e responsabilità economiche: che cosa stabilisce realmente la tradizione islamica?



6 DI 9 – LA DONNA OCCIDENTALE È DAVVERO COMPLETAMENTE EMANCIPATA?

Diritti, lavoro, violenza, famiglia e corpo: dopo avere osservato criticamente le società musulmane, applichiamo all’Occidente lo stesso metro.



7 DI 9 – NÉ PROPRIETÀ DELL’UOMO NÉ OGGETTO DELLA SOCIETÀ

Dignità, libertà e responsabilità: andare oltre gli stereotipi sulla donna musulmana e sulla donna occidentale.



8 DI 9 – MATRIMONIO, ADULTERIO E CONVIVENZA: LIBERTÀ O RESPONSABILITÀ?

Matrimonio, fedeltà, coppie di fatto, unioni tra persone dello stesso sesso e poligamia. Differenti concezioni della libertà affettiva e della responsabilità.



9 DI 9 – SI PUÒ VIVERE SENZA DIO?

Due prospettive sulla vita, sulla morale, sulla morte e sull’Aldilà.

Dopo aver discusso per otto episodi di come dovremmo vivere, arriviamo alla domanda più difficile:

Perché viviamo?



PERCHÉ “OLTRE IL VELO”?

Alla fine di questo percorso abbiamo compreso che il velo del titolo non è soltanto quello indossato da alcune donne musulmane.

Esistono molti veli.

Il velo del pregiudizio.

Il velo dell’ignoranza.

Il velo dello stereotipo.

Il velo della propaganda.

Sono forse questi i veli più difficili da rimuovere.

Perché spesso non coprono il volto di chi abbiamo davanti.

Coprono i nostri occhi.


DA UNA DONNA CON IL VELO ALLA DOMANDA SU DIO

Siamo partiti chiedendoci se una donna coperta fosse veramente libera.

Per rispondere abbiamo dovuto parlare della libertà.

Parlando della libertà abbiamo incontrato la scelta.

Parlando della scelta abbiamo incontrato la responsabilità.

Parlando della responsabilità abbiamo incontrato la coscienza.

E parlando della coscienza siamo arrivati alla domanda su Dio.

Forse questo è stato il vero viaggio di “Oltre il velo”.


NOVE ARTICOLI, UNA SOLA CONCLUSIONE

Non dobbiamo difendere la donna musulmana contro quella occidentale.

Dobbiamo difendere la donna.

Non dobbiamo giudicare una persona semplicemente da ciò che indossa.

Dobbiamo imparare a conoscerla.

E non dobbiamo avere paura delle domande difficili.

Perché il dialogo autentico non nasce quando tutti pensiamo allo stesso modo.

Nasce quando possiamo confrontare idee differenti senza perdere il rispetto reciproco.

Andare “oltre il velo” significa allora andare oltre l’apparenza, oltre il pregiudizio e oltre le etichette.

Per incontrare la persona.

Alfredo Maiolese
Presidente – European Muslims League (EML)



OLTRE IL VELO – 9 di 9 SI PUÒ VIVERE SENZA DIO?



Due prospettive sulla vita, sulla morale, sulla morte e sull’Aldilà

“Oltre il velo” è una serie di nove approfondimenti promossa dalla European Muslims League (EML) per affrontare, senza pregiudizi, alcune delle grandi domande sulla donna, sull’uomo, sulla famiglia, sulla libertà, sulla responsabilità e, infine, sul significato stesso della nostra esistenza.

Siamo arrivati all’ultimo episodio.

Abbiamo iniziato parlando di una donna con il velo.

Abbiamo parlato di hijab e bikini, Afghanistan e Indonesia, ʿĀʾisha, matrimonio e adulterio, famiglia e poligamia, libertà e responsabilità.

Ma dietro ognuna di queste questioni ne abbiamo incontrata un’altra.

Perché scegliamo?

Perché esistono dei limiti?

Perché dovremmo essere giusti quando potremmo ottenere un vantaggio comportandoci ingiustamente?

Perché rimanere fedeli quando nessuno potrebbe scoprire un tradimento?

Perché fare il bene?

E soprattutto:

perché siamo qui?

A questo punto siamo andati veramente “oltre il velo”.

Non quello che può coprire il capo di una donna.

Ma quello che separa ciò che vediamo dalla domanda su ciò che potrebbe esistere oltre la nostra vita.


SI PUÒ VIVERE SENZA CREDERE IN DIO?

Certamente sì.

Milioni di esseri umani lo fanno.

Una persona atea può amare profondamente.

Può essere fedele al proprio coniuge.

Può sacrificarsi per i propri figli.

Può assistere un malato.

Può aiutare uno sconosciuto.

Può difendere la giustizia.

Può dedicare la propria vita alla scienza, alla medicina, alla pace o agli altri esseri umani.

Può possedere principi morali profondissimi.

Sarebbe quindi scorretto sostenere che senza fede non possa esistere moralità.

Il credente non possiede il monopolio della bontà.

E il semplice fatto di dichiararsi credente non rende automaticamente buona una persona.

La storia ci ha mostrato uomini religiosi capaci di commettere ingiustizie e persone senza fede capaci di straordinaria generosità.

La domanda interessante è dunque un’altra.


DA DOVE VIENE IL SIGNIFICATO?

Per una persona non credente, il significato della vita può nascere dalla vita stessa.

Dall’amore.

Dalla famiglia.

Dalla conoscenza.

Dall’amicizia.

Dalla solidarietà.

Dalla costruzione di qualcosa che rimarrà dopo di noi.

Dal contribuire al benessere dell’umanità.

Dal lasciare ai nostri figli un mondo migliore di quello che abbiamo ricevuto.

È una prospettiva che merita rispetto.

Ma il credente pone un’altra domanda:

tutto questo esaurisce veramente il significato della nostra esistenza?


SE TUTTO FINISCE CON LA MORTE

Immaginiamo per un momento che non esista nulla dopo la morte.

Nasciamo.

Viviamo alcuni decenni.

Amiamo.

Soffriamo.

Costruiamo.

Perdiamo persone che amiamo.

Invecchiamo.

E moriamo.

Possiamo lasciare figli, opere, ricordi e idee.

Ma un giorno moriranno anche coloro che ci hanno conosciuto.

Questa constatazione non dimostra che una vita senza Dio sia priva di significato.

Molti filosofi sostengono precisamente il contrario.

Ma pone una domanda inevitabile:

esiste un significato ultimo che supera la durata della nostra esistenza?


E LE INGIUSTIZIE CHE NON VENGONO MAI PUNITE?

Esiste poi una domanda ancora più difficile.

Non tutte le vittime ricevono giustizia.

Esistono uomini che commettono atrocità e muoiono senza essere condannati.

Esistono innocenti che soffrono senza ricevere riparazione.

Esistono bambini che muoiono senza avere avuto la possibilità di vivere veramente.

Se la morte rappresenta la conclusione definitiva di tutto, alcune ingiustizie rimarranno semplicemente senza risposta.

La fede introduce una prospettiva radicalmente differente.

Dice che la giustizia umana è necessaria, ma non è l’ultima giustizia.

Che il tribunale degli uomini non è l’ultimo tribunale.

Che nessun bene viene definitivamente perduto.

E che nessuna ingiustizia viene definitivamente dimenticata.


LA PROSPETTIVA DEL CREDENTE

Per il musulmano, l’essere umano non è il prodotto di un’esistenza priva di finalità.

Allah dice nel Corano:

“Pensavate che vi avessimo creati invano e che non sareste stati ricondotti a Noi?”
Corano 23:115

Da questa prospettiva la vita non è un incidente privo di significato.

È un passaggio.

Una responsabilità.

Una prova.

Il Corano afferma:

“Colui che ha creato la morte e la vita per mettervi alla prova e vedere chi di voi meglio opera.”
Corano 67:2

Questo cambia radicalmente il modo di guardare alla vita.

Se questa esistenza è tutto ciò che possediamo, la morte chiude la nostra storia.

Se invece esiste un Aldilà, la morte non rappresenta la cancellazione della persona.

Rappresenta un passaggio.


ESSERE OSSERVATI QUANDO NESSUNO CI VEDE

Nel precedente episodio abbiamo posto una domanda:

se nessuno ci vede, siamo ancora responsabili?

È forse qui che la fede manifesta una delle sue conseguenze più profonde.

Posso ingannare un giudice.

Posso mentire alla mia famiglia.

Posso nascondere denaro.

Posso tradire senza essere scoperto.

Posso costruire un’immagine pubblica completamente diversa dalla mia vita privata.

Ma se credo in Dio, esiste uno spazio nel quale non posso nascondermi:

la mia coscienza davanti al Creatore.

Per il credente la morale non comincia quando arriva la polizia.

Non termina quando nessuno sta guardando.

La responsabilità continua anche nella solitudine.


MA ALLORA IL CREDENTE FA IL BENE SOLTANTO PER PAURA?

No.

Se la religione fosse soltanto paura della punizione, avremmo ridotto la fede a un sistema di sorveglianza.

Nell’Islam esistono timore, speranza e amore.

Il credente teme di commettere ingiustizia.

Spera nella misericordia di Allah.

Ma cerca anche il bene perché riconosce che il bene possiede valore davanti al Creatore.

Fare il bene soltanto per ottenere una ricompensa rappresenterebbe una comprensione molto povera della spiritualità.

La fede dovrebbe trasformare il comportamento anche quando nessuno applaude.


E SE DIO NON ESISTESSE?

È una domanda che un credente non dovrebbe avere paura di ascoltare.

L’ateo può dire:

non ho bisogno di una ricompensa eterna per amare mio figlio.

Non ho bisogno del Paradiso per aiutare un uomo che soffre.

Non ho bisogno della paura dell’Inferno per sapere che uccidere un innocente è sbagliato.

È un’obiezione seria.

E merita una risposta seria.

Il punto della fede non è affermare che l’ateo sia incapace di riconoscere il bene.

La domanda del credente è differente:

perché esistono il bene e il male come qualcosa che pretende di andare oltre il nostro interesse personale?

E soprattutto:

la nostra capacità di riconoscere il bene è soltanto il risultato della nostra storia biologica e sociale oppure indica qualcosa di più profondo?

Qui non esiste una frase capace di chiudere migliaia di anni di filosofia.

Esistono due prospettive che continuano a interrogarsi.


E SE DIO ESISTESSE?

Ma anche il non credente può concedersi, almeno per un istante, la domanda opposta.

E se Dio esistesse?

E se la coscienza non fosse soltanto materia?

E se la morte non fosse la fine?

E se ogni persona incontrata avesse una dignità che supera persino la propria esistenza biologica?

E se ogni ingiustizia dovesse un giorno essere giudicata?

E se ogni gesto di bene, anche quello che nessuno ha visto, avesse un valore eterno?

Il Corano afferma:

“Chi avrà fatto anche solo il peso di un atomo di bene lo vedrà.

E chi avrà fatto anche solo il peso di un atomo di male lo vedrà.”
Corano 99:7-8

Per il credente questa è una delle risposte più potenti al problema dell’apparente inutilità del bene nascosto.

Nulla è inutile.

Nulla è dimenticato.


LA FEDE NON CANCELLA LE DOMANDE

Credere non significa possedere tutte le risposte.

Anche il credente si domanda perché esista la sofferenza.

Perché muoiano i bambini.

Perché Dio permetta alcune tragedie.

Perché una preghiera sembri non ricevere risposta.

Perché alcune persone buone soffrano mentre altre, ingiuste, prosperino.

La fede non elimina automaticamente queste domande.

Offre una prospettiva dalla quale affrontarle.

Allo stesso modo, il non credente deve confrontarsi con altre domande:

perché esiste qualcosa invece del nulla?

Da dove nasce la coscienza?

Esiste una morale oggettiva?

Che cosa significa veramente morire?

Nessuna delle due prospettive dovrebbe essere caricaturizzata.


NON CREDENTE NON SIGNIFICA NEMICO DI DIO

Questo punto è particolarmente importante per una organizzazione impegnata nel dialogo.

Non tutte le persone che non credono in Dio sono militanti contro la religione.

Esistono atei.

Agnostici.

Persone che dubitano.

Persone che hanno perso la fede.

Persone che la stanno cercando.

Persone che semplicemente dicono:

“Non lo so.”

Il dialogo non comincia dicendo loro:

“Tu sei sbagliato.”

Comincia con una domanda:

“Come guardi la vita?”

E con la disponibilità ad ascoltare veramente la risposta.


E IL CREDENTE?

Anche il credente deve interrogarsi.

Perché dire “credo in Dio” è facile.

Molto più difficile è vivere come se davvero ci credessimo.

Che valore ha pregare se poi inganniamo?

Che valore ha parlare di pudore se umiliamo una donna?

Che valore ha parlare di famiglia se tradiamo il coniuge?

Che valore ha digiunare se ignoriamo chi ha fame?

Che valore ha proclamare la grandezza di Allah se utilizziamo la religione per sentirci superiori agli altri?

La fede non dovrebbe essere soltanto qualcosa che pronunciamo.

Dovrebbe essere qualcosa che si vede nel modo in cui trattiamo gli altri.


ALLORA SI PUÒ VIVERE SENZA DIO?

Sì.

Si può vivere senza credere in Dio.

Si può amare.

Si può costruire.

Si può essere moralmente retti.

Si può perfino morire dopo avere vissuto una vita che gli altri ricorderanno con gratitudine.

Ma per il credente la domanda non termina qui.

La domanda diventa:

siamo sicuri che la vita termini con noi?

E se non terminasse?

Se esistesse davvero un Creatore, allora la domanda più importante della nostra esistenza non sarebbe più soltanto:

“Che cosa voglio dalla vita?”

Diventerebbe:

“Perché mi è stata data questa vita e che cosa ne sto facendo?”


OLTRE IL VELO: ALLA FINE ABBIAMO TROVATO UNO SPECCHIO

Siamo partiti dal velo di una donna.

Pensavamo di dover parlare di lei.

Della sua libertà.

Dei suoi diritti.

Del suo corpo.

Della sua famiglia.

Poi abbiamo scoperto che per giudicare la sua libertà dovevamo parlare anche della nostra.

Per parlare della libertà abbiamo dovuto parlare della responsabilità.

Per parlare della responsabilità abbiamo dovuto parlare della coscienza.

E parlando della coscienza siamo arrivati inevitabilmente alla domanda su Dio.

Forse è questo il vero significato del titolo della serie.

Andare “oltre il velo” significa andare oltre ciò che vediamo.

Oltre l’abito.

Oltre l’apparenza.

Oltre l’etichetta “musulmano”, “cristiano”, “ebreo”, “ateo” o “agnostico”.

Fino alla persona.


L’ULTIMA DOMANDA

Non chiediamo al lettore di concludere questa serie pensando esattamente come noi.

Sarebbe contrario allo spirito con il quale l’abbiamo iniziata.

Chiediamo qualcosa di più semplice.

Fermarsi per qualche minuto.

Guardare la propria vita.

Le persone amate.

Le persone ferite.

Il bene compiuto.

Gli errori commessi.

Il tempo trascorso.

Quello che forse rimane.

E porsi, almeno una volta, senza paura, una domanda:

“Se Dio esiste e un giorno dovessi tornare a Lui, che cosa direbbe di come ho utilizzato la vita che mi è stata affidata?”

Per il credente la risposta non è soltanto filosofica.

È il senso stesso dell’esistenza.

Per chi non crede rimane una domanda alla quale è libero di dare un’altra risposta.

Ma forse credenti e non credenti possono incontrarsi almeno in un punto:

questa vita è preziosa.

Il tempo è prezioso.

La dignità dell’altro è preziosa.

E qualunque risposta diamo alla domanda su Dio, abbiamo la responsabilità di non sprecare il tempo che ci è stato dato.


FINE DELLA SERIE “OLTRE IL VELO”

Nove approfondimenti.

Siamo partiti chiedendoci se una donna coperta fosse libera.

Concludiamo chiedendoci che cosa significhi essere veramente liberi.

Forse la libertà più grande non consiste nel poter fare tutto ciò che desideriamo.

Consiste nel comprendere chi siamo, scegliere consapevolmente come vivere e assumere la responsabilità delle nostre scelte.

Per il credente, con una certezza ulteriore:

la morte non avrà l’ultima parola.

Alfredo Maiolese
Presidente – European Muslims League (EML)

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OLTRE IL VELO – 8 di 9 MATRIMONIO, ADULTERIO E CONVIVENZA: LIBERTÀ O RESPONSABILITÀ?



Quando amare significa anche assumersi un impegno

“Oltre il velo” è una serie di nove approfondimenti promossa dalla European Muslims League (EML) per affrontare, senza pregiudizi e attraverso il Corano, le fonti storiche, i dati e il confronto tra differenti modelli culturali, alcune delle domande più delicate sulla donna, sull’uomo, sulla famiglia e sulla libertà nelle società contemporanee.

Abbiamo iniziato questa serie chiedendoci se la donna musulmana fosse realmente sottomessa.

Ma parlando di donna abbiamo inevitabilmente incontrato l’uomo.

Parlando di libertà abbiamo incontrato la responsabilità.

Parlando di sessualità abbiamo incontrato il pudore.

Parlando di famiglia abbiamo incontrato il matrimonio.

Arriviamo così a una domanda che riguarda musulmani e non musulmani:

Essere liberi significa poter vivere le proprie relazioni senza vincoli, oppure essere liberi significa anche poter scegliere un vincolo e assumersene la responsabilità?


IL MATRIMONIO NELL’ISLAM NON È SOLTANTO UNA CERIMONIA

Nell’Islam il matrimonio, nikāḥ, non è semplicemente la celebrazione pubblica di un sentimento.

È un patto.

Crea diritti e doveri.

Riguarda l’uomo e la donna, ma produce conseguenze anche sui figli, sul patrimonio, sulla responsabilità economica, sulla filiazione e sulla società.

Il Corano utilizza per il matrimonio un’espressione particolarmente forte, parlando di un “patto solenne” (mīthāqan ghalīẓā, Corano 4:21).

Ma contemporaneamente descrive la relazione coniugale attraverso parole completamente differenti dal dominio e dalla paura:

“Ha posto tra voi amore e misericordia.”
Corano 30:21

Patto, amore e misericordia.

Forse queste tre parole spiegano meglio di molte discussioni la concezione islamica del matrimonio.


E LA POLIGAMIA?

Una delle questioni più frequentemente utilizzate per criticare la concezione islamica della famiglia è la possibilità per un uomo di avere più di una moglie.

Non nascondiamola.

Il Corano consente all’uomo di sposare fino a quattro donne, ma pone immediatamente una condizione estremamente seria:

“Se temete di non essere giusti, allora una sola.”
Corano 4:3

E afferma inoltre:

“Non potrete mai essere perfettamente equi tra le mogli, anche se lo desiderate.”
Corano 4:129

La poligamia, nella concezione islamica, non è libertà sessuale senza limiti né una moltiplicazione di relazioni occasionali.

È la possibilità di contrarre ulteriori matrimoni, ciascuno dei quali comporta diritti, doveri e responsabilità.

La seconda donna non viene concepita come un’amante clandestina.

È una moglie.

Ha diritto al mahr, la dote nuziale, al mantenimento e agli altri diritti derivanti dal matrimonio secondo la legge e il diritto familiare applicabili.

Anche i figli nati dal matrimonio hanno una filiazione riconosciuta e i relativi diritti.

L’uomo, quindi, non assume soltanto una nuova relazione.

Assume una nuova responsabilità.

Storicamente la poligamia ha potuto inoltre rispondere a differenti circostanze sociali e familiari: vedove con figli rimaste senza sostegno, squilibri demografici conseguenti alle guerre o situazioni nelle quali una coppia non riusciva ad avere figli e poteva affrontare il problema attraverso un secondo matrimonio anziché attraverso una relazione clandestina.

Dobbiamo però essere rigorosi: queste sono possibili circostanze storiche, sociali o personali, non condizioni poste dal Corano per autorizzare un secondo matrimonio.

Anche sul consenso della prima moglie occorre essere precisi.

Non può essere presentato come requisito universale del diritto islamico classico. Oggi, tuttavia, le legislazioni dei Paesi musulmani regolano la poligamia in maniera molto differente e possono prevedere autorizzazioni, condizioni, restrizioni o tutele specifiche; anche il contratto matrimoniale può assumere rilevanza secondo l’ordinamento applicabile.

Questo punto permette di comprendere una differenza fondamentale.

Un uomo che intrattiene segretamente una relazione extraconiugale tradisce il proprio matrimonio senza assumere verso l’altra donna le responsabilità di un marito.

Nel matrimonio poligamico islamicamente riconosciuto, invece, l’uomo non può pretendere soltanto i benefici di una relazione: deve assumerne anche gli obblighi.

Questo non significa che la poligamia sia adatta a ogni famiglia.

Non significa negare la gelosia, la sofferenza o i conflitti che possono nascere.

E non significa neppure che essa rappresenti la forma ordinaria del matrimonio musulmano contemporaneo.

La domanda, allora, non dovrebbe essere soltanto:

“Quante donne può sposare un uomo?”

Ma anche:

“Quante responsabilità è realmente capace di assumersi con giustizia?”

Perché nella concezione islamica un diritto non dovrebbe mai essere separato dal dovere che porta con sé.


L’ADULTERIO: IL DIVIETO RIGUARDA LA DONNA O ANCHE L’UOMO?

Uno degli stereotipi più pericolosi consiste nel pensare che la morale sessuale islamica riguardi soprattutto la donna.

Non è così.

Il Corano afferma:

“Non avvicinatevi alla zinā. È davvero una turpitudine e una cattiva via.”
Corano 17:32

Il comando non dice:

“Donne, non commettete adulterio.”

Si rivolge alla comunità.

Uomo e donna sono entrambi moralmente responsabili.

Non esiste un adulterio che diventa moralmente accettabile perché commesso dall’uomo.

Una società che pretende fedeltà dalla moglie e considera normale l’infedeltà del marito non sta applicando due principi islamici.

Sta applicando due pesi e due misure.


PERCHÉ L’ISLAM È COSÌ SEVERO SULL’ADULTERIO?

Per comprenderlo dobbiamo uscire dalla sola dimensione sessuale.

Un tradimento può coinvolgere molte persone.

Il coniuge.

I figli.

Le famiglie.

La fiducia.

La stabilità emotiva.

In alcune situazioni anche questioni patrimoniali e di filiazione.

Per questo l’Islam non considera la sessualità qualcosa di sporco.

Al contrario, la riconosce all’interno di un rapporto nel quale desiderio e responsabilità vengono uniti.

Il problema non è l’amore.

Il problema è separare completamente il desiderio dalle conseguenze delle nostre azioni.


E LE COPPIE DI FATTO?

Qui dobbiamo distinguere la prospettiva religiosa da quella civile.

Nelle società europee milioni di persone convivono senza essere sposate. Gli ordinamenti giuridici riconoscono, in forme differenti, diritti e tutele alle coppie non sposate.

Questa è una realtà sociale e giuridica che deve essere descritta senza insultare o giudicare le persone.

Dal punto di vista islamico, tuttavia, una relazione sessuale al di fuori del matrimonio non equivale al nikāḥ.

Dire questo non significa mancare di rispetto a chi compie una scelta diversa.

Significa semplicemente essere chiari:

La libertà religiosa comprende anche il diritto di una religione a proporre un modello morale differente da quello prevalente nella società.


E LE UNIONI TRA PERSONE DELLO STESSO SESSO?

È opportuno affrontare con la stessa chiarezza anche un’altra questione contemporanea.

Nella concezione islamica classica, il nikāḥ è l’unione matrimoniale tra un uomo e una donna.

La tradizione giuridica islamica non riconosce quindi come matrimonio religioso un’unione tra persone dello stesso sesso e considera illeciti i rapporti sessuali tra persone dello stesso sesso.

Questa posizione religiosa deve poter essere espressa con chiarezza.

Ma occorre aggiungere qualcosa di altrettanto importante.

Affermare una norma religiosa non significa autorizzare disprezzo, umiliazione, discriminazione o violenza verso una persona.

Una cosa è il giudizio morale che una religione formula su determinati comportamenti.

Un’altra è la dignità dell’essere umano.

In una società pluralista convivono musulmani, cristiani, ebrei, appartenenti ad altre religioni, agnostici e atei, con concezioni anche profondamente differenti della famiglia e della sessualità.

Il dialogo autentico non consiste nel fingere che queste differenze non esistano.

Consiste nel poterle esprimere senza odio e nel rispetto reciproco.


MA ANCHE IL MATRIMONIO PUÒ FALLIRE

Difendere il matrimonio non significa idealizzarlo.

Esistono matrimoni musulmani infelici.

Esistono tradimenti.

Esistono separazioni.

Esistono uomini violenti.

Esistono donne che tradiscono.

Esistono famiglie nelle quali la religione viene invocata per nascondere comportamenti che con misericordia e giustizia hanno poco a che fare.

Il matrimonio, da solo, non rende virtuosa una persona.

E una cerimonia religiosa non trasforma automaticamente una relazione sbagliata in una relazione sana.

L’Islam stesso riconosce che un matrimonio possa terminare.

Il divorzio esiste nella giurisprudenza islamica.

Perché proteggere la famiglia non può significare obbligare due persone a vivere per sempre nella violenza o nell’umiliazione.


IL MATRIMONIO PROTEGGE SEMPRE LA DONNA?

Non necessariamente.

Dipende da come viene vissuto.

Un matrimonio nel quale la moglie viene privata dei propri diritti, maltrattata o umiliata non diventa giusto soltanto perché porta il nome di matrimonio.

Ma un’unione formalizzata può creare responsabilità chiare.

Chi deve contribuire economicamente?

Quali sono i diritti dei figli?

Quali responsabilità esistono in caso di separazione?

Che cosa accade al patrimonio?

La formalizzazione di un rapporto non dovrebbe servire a imprigionare due persone.

Dovrebbe servire anche a rendere visibili le responsabilità reciproche.


LA FEDELTÀ È UNA PERDITA DI LIBERTÀ?

Arriviamo allora alla domanda centrale.

Quando due persone si promettono fedeltà, stanno perdendo libertà?

In un certo senso rinunciano volontariamente ad alcune possibilità.

Ma questo accade in moltissimi aspetti importanti della vita.

Quando diventiamo genitori assumiamo responsabilità che limitano alcune nostre possibilità.

Quando accettiamo un incarico assumiamo obblighi.

Quando facciamo una promessa rinunciamo alla libertà di comportarci come se quella promessa non fosse mai esistita.

Eppure non consideriamo automaticamente tutto questo oppressione.

Perché esiste una differenza fondamentale tra un vincolo imposto e un impegno liberamente assunto.


FORSE ABBIAMO CONFUSO LIBERTÀ E ASSENZA DI LIMITI

La società contemporanea ci ha insegnato giustamente a difendere la libertà individuale.

Ma la libertà può essere interpretata in due modi.

“Sono libero perché nessuno può impormi nulla.”

Oppure:

“Sono libero anche perché posso scegliere consapevolmente qualcosa e rimanere fedele alla mia scelta.”

La seconda forma di libertà contiene una parola fondamentale:

Responsabilità.


ANCHE IL DESIDERIO HA DEI LIMITI?

Se desideriamo qualcosa, il fatto stesso di desiderarla ci attribuisce automaticamente il diritto di ottenerla?

Naturalmente no.

La vita sociale è costruita anche sulla capacità di governare alcuni desideri.

Lo facciamo per rispetto della legge.

Per rispetto degli altri.

Per i nostri figli.

Per la nostra salute.

Per mantenere una promessa.

La prospettiva religiosa aggiunge un ulteriore livello:

Lo facciamo anche perché crediamo di essere moralmente responsabili davanti a Dio.

Ed è proprio qui che questa serie arriva alla sua domanda finale.


SE NESSUNO VEDE, SIAMO ANCORA RESPONSABILI?

Un marito può tradire senza essere scoperto.

Una moglie può mentire.

Una persona può vivere una doppia vita senza che la società ne venga mai a conoscenza.

Se la morale dipendesse esclusivamente dallo sguardo degli altri, ciò che nessuno scopre potrebbe sembrare irrilevante.

La fede introduce invece un’altra prospettiva.

L’essere umano non è responsabile soltanto quando qualcuno lo osserva.

È responsabile anche nella solitudine.

Non perché debba vivere continuamente nella paura.

Ma perché ritiene che le proprie azioni abbiano un significato che supera l’approvazione sociale.


DALLA DONNA ALLA DOMANDA SULL’ESSERE UMANO

Forse qualcuno si domanderà che cosa abbia a che fare tutto questo con una serie iniziata parlando del velo.

Molto.

Abbiamo scoperto che dietro il velo c’era la libertà.

Dietro la libertà abbiamo trovato la scelta.

Dietro la scelta abbiamo trovato la responsabilità.

E dietro la responsabilità troviamo adesso una domanda ancora più grande:

Responsabili davanti a chi?

Per il credente la risposta comprende Dio.

Per l’ateo o il non credente può essere completamente differente.

E sarebbe profondamente scorretto sostenere che chi non crede in Dio sia automaticamente privo di morale.

Un ateo può amare.

Può essere fedele.

Può sacrificarsi per i propri figli.

Può aiutare uno sconosciuto.

Può dedicare la propria vita agli altri.

Può essere profondamente onesto.

La vera domanda quindi non è:

“Può una persona essere buona senza credere in Dio?”

Certamente può esserlo.

La domanda filosofica è molto più profonda:

Se non esistono Dio e un’altra vita, quale significato ultimo possiamo attribuire alla nostra esistenza, al bene compiuto e alle ingiustizie rimaste impunite?

E, al contrario:

Se Dio esiste e la morte non rappresenta la fine, come dovrebbe cambiare il nostro modo di vivere, amare, scegliere e utilizzare la nostra libertà?

È da questa domanda che partirà l’ultimo episodio.


NEL PROSSIMO E ULTIMO EPISODIO DI “OLTRE IL VELO”

9 di 9 – SI PUÒ VIVERE SENZA DIO?

Due prospettive sulla vita, sulla morale, sulla morte e sull’Aldilà.

Non sarà un processo all’ateismo.

E non sarà una predica.

Proveremo a mettere davanti al lettore due prospettive.

Quella di chi ritiene che questa vita sia l’unica che possediamo.

E quella di chi crede che la nostra esistenza continui oltre la morte e che un giorno saremo chiamati a rispondere delle nostre azioni.

Il Corano pone una domanda straordinariamente semplice:

“Pensavate che vi avessimo creati invano e che non sareste stati ricondotti a Noi?”
Corano 23:115

Dopo aver discusso per otto episodi come dovremmo vivere, rimane forse la domanda più difficile:

Perché viviamo?


Alfredo Maiolese
Presidente – European Muslims League (EML)


#EuropeanMuslimsLeague #OltreIlVelo #Marriage #Family #FaithAndSociety #Responsibility #InterculturalDialogue