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sabato 29 agosto 2026

"Il cristianesimo è amore". E l'Islam?

Quando si parla del cristianesimo, una parola ritorna continuamente: amore.

"Dio è amore."

"Ama il prossimo."

"Ama i tuoi nemici."

È comprensibile. L'amore occupa un posto centrale nel messaggio cristiano e ha lasciato un'impronta profonda nella cultura europea.

Ma allora nasce una domanda: perché quando si parla dell'Islam la parola "amore" viene pronunciata così raramente?

L'Islam non conosce forse l'amore?

L'Islam non deve togliere amore al cristianesimo

Un musulmano non deve diminuire Gesù* per valorizzare Muhammad* e non deve negare la bellezza del messaggio cristiano sull'amore per spiegare l'Islam.

Gesù*, nell'Islam, è il Messia ed è uno dei grandi messaggeri di Dio.

Possiamo quindi riconoscere serenamente la forza con cui il cristianesimo parla dell'amore.

La domanda è un'altra: che cosa dice l'Islam?

L'amore nel Corano

Il Corano utilizza differenti parole per esprimere dimensioni che nella nostra lingua vengono spesso riunite sotto la parola "amore".

C'è l'amore, c'è l'affetto profondo e soprattutto c'è la misericordia, una delle dimensioni fondamentali attraverso le quali l'Islam descrive il rapporto di Dio con il Creato.

Il Corano afferma:

"Egli li amerà ed essi Lo ameranno." (5:54)

E parlando del rapporto tra gli sposi:

"Ha posto tra voi amore e misericordia." (30:21)

Amore e misericordia non sono quindi concetti estranei all'Islam. Sono dentro il suo messaggio.

Un Dio misericordioso

Quasi ogni capitolo del Corano comincia ricordando Dio come il Compassionevole, il Misericordioso.

Il musulmano ripete queste parole continuamente: nella preghiera e prima di molte azioni della vita quotidiana.

Il Corano afferma:

"La Mia misericordia abbraccia ogni cosa." (7:156)

Questo non significa che nell'Islam esista soltanto misericordia e non esistano responsabilità, giustizia o giudizio.

Significa che non è possibile raccontare correttamente l'Islam cancellando la misericordia.

Muhammad*: misericordia per il Creato

Il Corano dice rivolgendosi a Muhammad*:

"Non ti abbiamo inviato se non come misericordia per i mondi." (21:107)

Ma la misericordia non può rimanere soltanto una parola.

Deve diventare comportamento.

Come ci comportiamo con i genitori?

Con i figli?

Con il coniuge?

Con il vicino?

Con il povero, l'orfano, il malato e chi è più debole?

E persino con gli animali?

La misericordia verso gli animali

La tradizione profetica contiene due racconti particolarmente significativi.

Muhammad* raccontò di una donna punita per aver rinchiuso una gatta senza darle da mangiare e senza lasciarla libera di cercare il proprio nutrimento.

In un'altra celebre narrazione, una prostituta vide un cane che soffriva terribilmente per la sete vicino a un pozzo. Prese dell'acqua servendosi della propria calzatura e gli diede da bere.

Per quell'atto di misericordia, Dio la perdonò.

Da una parte la crudeltà verso un animale viene condannata.

Dall'altra una donna che molti avrebbero giudicato soltanto per la sua vita riceve il perdono di Dio per un gesto di compassione verso un cane assetato.

Il messaggio è semplice: davanti a Dio anche un gesto di misericordia verso una creatura che non potrà restituirci nulla può avere un valore enorme.

Anche un albero ha valore

Questa responsabilità comprende anche la natura.

Muhammad* insegnò che quando una persona pianta un albero o coltiva qualcosa e un essere umano, un uccello o un animale ne mangia, ciò che viene consumato viene considerato una forma di carità.

Esiste inoltre una bellissima immagine nella tradizione islamica: anche se arrivasse l'Ora e una persona avesse tra le mani una piantina, se avesse ancora il tempo di piantarla dovrebbe farlo.

Piantare, nutrire, proteggere, non distruggere inutilmente.

L'uomo non è padrone assoluto del Creato. Ne porta anche la responsabilità.

E chi non è musulmano?

La bontà non può essere riservata soltanto a chi appartiene alla propria religione.

Il Corano afferma:

"Allah non vi proibisce di essere buoni e giusti verso coloro che non vi hanno combattuto a causa della religione e che non vi hanno espulso dalle vostre case." (60:8)

Essere musulmani non significa quindi considerare automaticamente nemico chi appartiene a un'altra religione.

Cristiani, ebrei, musulmani e persone senza religione possono essere vicini, colleghi, amici e cittadini della stessa comunità.

Forse utilizziamo parole differenti

Cristianesimo e Islam non sono la stessa religione.

Esistono differenze teologiche profonde e sarebbe sbagliato nasconderle in nome del dialogo.

Ma riconoscere le differenze non significa essere incapaci di riconoscere ciò che avvicina gli esseri umani.

Il cristianesimo parla potentemente di amore.

L'Islam parla di amore, misericordia, compassione, perdono, generosità e responsabilità verso il prossimo e il Creato.

Forse, allora, la domanda non dovrebbe essere:

"Quale religione parla di più dell'amore?"

Dovremmo chiederci:

"Quanto amore riusciamo a trasformare in comportamento?"

Perché possiamo pronunciare migliaia di volte la parola "amore".

Ma alla fine saranno il vicino, il povero, l'orfano, il debole, l'animale che dipende da noi e persino la terra sulla quale viviamo a mostrare se quelle parole sono diventate realtà.

Questo è amore.

E anche l'Islam è amore.

European Muslims League

* L'asterisco accanto ai nomi di Gesù e Muhammad indica "la pace sia su di lui".

mercoledì 26 agosto 2026

Lo specchio: Islam, Occidente e pudore

Immaginiamo uno specchio.

Una donna occidentale che camminasse per le strade di Kabul vestita secondo le normali consuetudini europee potrebbe essere percepita come estranea ai codici sociali locali. Allo stesso modo, una donna afghana completamente coperta che cammina per Milano, Parigi o Londra può attirare sguardi, curiosità e talvolta diffidenza.

Ogni società tende a considerare normale ciò a cui è abituata e strano ciò che appartiene agli altri.

Ma cultura, religione e libertà personale non sono la stessa cosa.

Il burqa non è il pudore

In Europa si confondono spesso burqa, niqab, hijab e principio religioso del pudore.

Il burqa afghano è una specifica forma storica e culturale di copertura integrale e non viene indicato dal Corano come capo obbligatorio.

Il pudore, invece, è un principio religioso chiaramente presente nell'Islam e riguarda entrambi i sessi.

È significativo che il Corano, prima ancora di rivolgersi alle donne, dica agli uomini credenti di abbassare lo sguardo e custodire la propria castità (Corano 24:30), per poi rivolgersi alle donne (24:31).

La responsabilità, quindi, non viene posta soltanto sul corpo della donna. Anche l'uomo deve governare il proprio sguardo e i propri desideri.

Ma questo è davvero così estraneo all'Occidente?

Il pudore non appartiene soltanto all'Islam.

Nel Vangelo, Gesù richiama l'uomo alla responsabilità persino rispetto allo sguardo desiderante (Matteo 5:27-28). Nel cristianesimo troviamo inoltre richiami alla modestia e alla castità.

Nell'ebraismo esiste il concetto di tzniut, che riguarda modestia, comportamento e dignità della persona.

Le tre religioni non hanno regole identiche e sarebbe sbagliato sostenere il contrario. Ma presentare il pudore come qualcosa di esclusivamente islamico significa dimenticare una parte importante della storia religiosa dell'Occidente.

Basta osservare una fotografia dell'Ottocento o dei primi decenni del Novecento. L'abbigliamento, i rapporti tra uomini e donne, la famiglia e la sessualità erano regolati da codici molto diversi da quelli attuali.

Questo non significa idealizzare il passato. Le donne hanno conquistato diritti fondamentali che devono essere difesi.

Significa semplicemente riconoscere che l'Occidente è cambiato.

Ma che cos'è, allora, l'Occidente?

Qui nasce forse l'equivoco più grande.

L'Islam è una religione. L'Occidente non lo è.

L'Occidente è il risultato di molte eredità: cristianesimo ed ebraismo, cultura greco-romana, umanesimo, Illuminismo, democrazia liberale, sviluppo scientifico e, soprattutto negli ultimi secoli, crescente secolarizzazione.

Per questo dire semplicemente “Islam contro Occidente” significa confrontare due categorie differenti.

Molto spesso il vero confronto non è tra Islam e Occidente, ma tra una visione religiosa dell'essere umano e una visione contemporanea fortemente fondata sull'autonomia individuale.

La prima domanda:

“Che cosa è giusto davanti a Dio?”

La seconda tende maggiormente a chiedere:

“Che cosa sono libero di fare, purché non danneggi gli altri?”

Sono due modi differenti di concepire la libertà.

Per la religione, infatti, non tutto ciò che desideriamo o che avviene consensualmente diventa automaticamente moralmente giusto. Esistono anche responsabilità verso Dio, verso noi stessi, verso la famiglia e verso la società.

Chi critica una donna musulmana coperta?

Dovremmo allora porre una domanda che raramente viene formulata.

Quando qualcuno critica una donna perché sceglie di coprirsi, parla in quanto cristiano oppure in quanto occidentale contemporaneo?

Non è la stessa cosa.

Un cristiano può certamente discutere la teologia islamica. Ma se considera il pudore in sé qualcosa di arretrato, entra in contrasto anche con una parte importante della propria tradizione religiosa.

Il confronto, quindi, non dovrebbe essere costruito artificialmente come Islam contro cristianesimo o Islam contro Occidente.

La questione più profonda riguarda il posto che una società attribuisce a Dio, al desiderio, alla disciplina personale e alla libertà.

Mettiamoci nei suoi panni

Una donna afghana o musulmana non deve essere costretta a coprirsi. Su questo non dovrebbe esserci alcuna ambiguità.

Ma proviamo anche, per un momento, a metterci nei suoi panni.

Una donna nata e cresciuta in una società nella quale coprirsi rappresenta normalità, educazione, pudore o convinzione religiosa non necessariamente si sentirà più libera semplicemente togliendo il velo o indossando gli stessi abiti delle altre donne occidentali.

Ciò che per una donna europea può apparire normale, per lei potrebbe significare esporsi in un modo che le provoca disagio.

Esattamente come una donna occidentale potrebbe sentirsi profondamente a disagio se, trasferendosi altrove, qualcuno pretendesse improvvisamente che coprisse il proprio corpo secondo consuetudini che non sente proprie.

È qui che lo specchio diventa veramente utile.

Non possiamo condannare l'imposizione di coprirsi e, contemporaneamente, considerare emancipata una donna soltanto quando decide di scoprirsi.

La libertà deve funzionare in entrambe le direzioni.

Naturalmente cultura, educazione e religione influenzano profondamente le nostre scelte. Accade alla donna afghana come alla donna europea.

Ma proprio per questo la domanda non dovrebbe essere:

“Quanto è coperta?”

La domanda dovrebbe essere:

“È stata rispettata nella sua dignità e nella sua scelta?”

Lo specchio

Forse, prima di domandarci perché “l'Islam” sia diverso “dall'Occidente”, dovremmo formulare meglio la domanda.

Non Islam contro Occidente.

Perché l'Occidente non è una religione.

Il vero confronto riguarda differenti concezioni della persona, della libertà, del desiderio, della famiglia, della responsabilità e del rapporto con Dio.

Né scoprirsi né coprirsi rende automaticamente una donna libera.

E forse la libertà comincia proprio quando smettiamo di pretendere che l'altro debba assomigliarci per essere considerato libero.

European Muslims League (EML)
Dialogo, conoscenza reciproca e rispetto della libertà religiosa.