Il dibattito sull'immigrazione in Europa diventa sempre più spesso anche un dibattito sull'Islam.
Una domanda ricorre frequentemente: una persona profondamente musulmana può integrarsi pienamente nella società europea mantenendo la propria fede?
È una domanda legittima e merita una risposta seria, senza propaganda e senza negare i problemi.
Integrazione non significa rinunciare alla propria identità
La European Muslims League ritiene che chi sceglie di vivere stabilmente in un Paese europeo debba rispettarne le leggi, le istituzioni democratiche, la sicurezza pubblica, la dignità della persona e i diritti degli altri.
La religione non può essere utilizzata per giustificare criminalità, violenza o coercizione.
Questo vale per tutti.
Ma integrazione non significa cancellazione dell'identità religiosa.
Un musulmano può essere pienamente italiano, francese o tedesco senza cessare di essere musulmano, esattamente come un cittadino appartenente a qualsiasi altra religione può conservare la propria fede.
Islam e cultura araba, inoltre, non sono sinonimi. L'Islam è nato nella Penisola Arabica e il Corano è in lingua araba, ma la maggioranza dei musulmani del mondo non è araba.
Esistono interpretazioni dell'Islam incompatibili con la democrazia?
Sì.
Negarlo sarebbe sbagliato.
Esistono interpretazioni estremiste e politico-religiose incompatibili con alcuni principi fondamentali delle democrazie contemporanee.
Devono essere riconosciute e contrastate.
Ma dall'esistenza dell'estremismo non deriva che ogni musulmano sia estremista o che l'Islam renda inevitabilmente impossibile l'integrazione.
Un musulmano può rispettare la Costituzione, le leggi dello Stato, la libertà religiosa degli altri e vivere pacificamente con cristiani, ebrei, credenti di altre religioni e non credenti senza rinunciare alla propria fede.
Da'wa: conquista o responsabilità?
Anche la parola da'wa viene talvolta presentata come la prova di un progetto di conquista religiosa.
La da'wa esiste nell'Islam e sarebbe scorretto negarlo. Significa invitare, far conoscere, testimoniare la propria fede.
Ma invitare non significa costringere.
Il Corano afferma: "Non c'è costrizione nella religione" (2:256).
Esiste inoltre una dimensione della da'wa che riguarda innanzitutto gli stessi musulmani.
Prima di pretendere di cambiare gli altri, una comunità dovrebbe migliorare se stessa.
Il Profeta Muhammad ﷺ disse: "Al-din al-nasiha", la religione è sincero consiglio.
Richiamare un musulmano ad abbandonare droga, spaccio, furto, violenza e criminalità e invitarlo all'onestà, alla responsabilità, al rispetto del vicino e delle leggi rappresenta un beneficio per l'intera società.
Se un giovane viene sottratto allo spaccio, ne beneficia anche il suo vicino non musulmano.
Se una persona abbandona la criminalità, ne beneficia la città.
Questa non è una "quinta colonna".
È responsabilità sociale.
Fede e ragione: il caso di Noè
Un'altra obiezione riguarda i racconti religiosi.
Il Corano afferma che Noè rimase presso il suo popolo "mille anni meno cinquanta" (29:14).
Il credente musulmano considera il Corano rivelazione di Dio e accetta ciò che esso afferma. Chi non riconosce l'origine divina del Corano è naturalmente libero di non credervi.
Non sarebbe corretto inventare spiegazioni scientifiche per rendere il versetto più accettabile alla sensibilità contemporanea.
La vera divergenza si trova prima: il Corano è oppure non è rivelazione di Dio?
Questa è una questione teologica e filosofica, non qualcosa che possa essere risolto semplicemente deridendo chi crede.
Corano, hadith e tradizione non sono la stessa cosa
Anche nella critica religiosa è indispensabile distinguere le fonti.
Il Corano parla di Adamo, ma non afferma che sia vissuto 960 o 1000 anni. Una tradizione riportata da al-Tirmidhi parla invece di mille anni attribuiti ad Adamo.
Nella Sura al-Kahf il compagno di Mosè viene descritto come "uno dei Nostri servi". Il Corano non lo chiama al-Khidr; questa identificazione è attestata nella tradizione profetica.
Lo stesso rigore è necessario sulle celebri "72".
L'espressione "72 vergini" non compare nel Corano. Esiste però una tradizione riportata da al-Tirmidhi relativa alla ricompensa del martire nella quale vengono menzionate settantadue mogli tra le hur al-'ayn.
Dire che "le 72 sono nel Corano" è quindi inesatto.
Dire che "nella tradizione islamica non esiste alcun riferimento alle 72" sarebbe altrettanto inesatto.
Una critica seria deve partire da fonti correttamente attribuite.
Islam e cristianesimo
Riconoscere il ruolo fondamentale del cristianesimo nella storia e nella cultura europea non indebolisce l'Islam.
Gesù occupa un posto straordinario anche nella fede islamica, pur esistendo profonde differenze teologiche tra cristianesimo e Islam.
Un musulmano non ha bisogno di denigrare il cristianesimo per professare la propria fede.
Allo stesso modo, essere musulmano non impedisce di rispettare e amare la cultura, la storia e il Paese europeo nel quale si vive.
La reciprocità vale per tutti
Su questo i musulmani devono essere altrettanto chiari.
Non possiamo chiedere libertà religiosa per i musulmani in Europa e dimenticare la libertà dei cristiani e delle altre minoranze nei Paesi a maggioranza musulmana.
Se difendiamo il diritto di un musulmano a praticare pacificamente la propria religione in Europa, dobbiamo difendere con la stessa convinzione il diritto di un cristiano, di un ebreo o di qualsiasi altra persona a praticare la propria fede dove costituisce una minoranza.
La dignità umana non cambia attraversando una frontiera.
Prima di chiedere che cosa l'Islam farà all'Europa
Forse dovremmo porre una domanda più concreta.
Un musulmano che rispetta le leggi, lavora onestamente, educa i propri figli al rispetto degli altri, rifiuta droga, criminalità, violenza e terrorismo, aiuta il proprio vicino e partecipa responsabilmente alla vita della propria città rappresenta una minaccia perché crede nel Corano?
La European Muslims League ritiene di no.
Questo non significa sostenere che ogni musulmano sia virtuoso.
Non lo è.
Non significa sostenere che ogni interpretazione dell'Islam sia compatibile con una società democratica.
Non lo è.
E non significa sottrarre l'Islam alla critica.
La critica è legittima.
Ma una cosa è criticare idee, testi e comportamenti. Un'altra è stabilire in anticipo che milioni di persone siano incapaci di integrarsi semplicemente perché musulmane.
Anche le comunità musulmane hanno una responsabilità fondamentale: prima di chiedersi come gli altri guardino all'Islam, devono domandarsi quale Islam gli altri vedano attraverso il comportamento dei musulmani.
La migliore testimonianza non è conquistare qualcuno.
È migliorare se stessi e contribuire al bene della società nella quale viviamo.
European Muslims League
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