sabato 15 agosto 2026

OLTRE IL VELO – 8 di 9 MATRIMONIO, ADULTERIO E CONVIVENZA: LIBERTÀ O RESPONSABILITÀ?



Quando amare significa anche assumersi un impegno

“Oltre il velo” è una serie di nove approfondimenti promossa dalla European Muslims League (EML) per affrontare, senza pregiudizi e attraverso il Corano, le fonti storiche, i dati e il confronto tra differenti modelli culturali, alcune delle domande più delicate sulla donna, sull’uomo, sulla famiglia e sulla libertà nelle società contemporanee.

Abbiamo iniziato questa serie chiedendoci se la donna musulmana fosse realmente sottomessa.

Ma parlando di donna abbiamo inevitabilmente incontrato l’uomo.

Parlando di libertà abbiamo incontrato la responsabilità.

Parlando di sessualità abbiamo incontrato il pudore.

Parlando di famiglia abbiamo incontrato il matrimonio.

Arriviamo così a una domanda che riguarda musulmani e non musulmani:

Essere liberi significa poter vivere le proprie relazioni senza vincoli, oppure essere liberi significa anche poter scegliere un vincolo e assumersene la responsabilità?


IL MATRIMONIO NELL’ISLAM NON È SOLTANTO UNA CERIMONIA

Nell’Islam il matrimonio, nikāḥ, non è semplicemente la celebrazione pubblica di un sentimento.

È un patto.

Crea diritti e doveri.

Riguarda l’uomo e la donna, ma produce conseguenze anche sui figli, sul patrimonio, sulla responsabilità economica, sulla filiazione e sulla società.

Il Corano utilizza per il matrimonio un’espressione particolarmente forte, parlando di un “patto solenne” (mīthāqan ghalīẓā, Corano 4:21).

Ma contemporaneamente descrive la relazione coniugale attraverso parole completamente differenti dal dominio e dalla paura:

“Ha posto tra voi amore e misericordia.”
Corano 30:21

Patto, amore e misericordia.

Forse queste tre parole spiegano meglio di molte discussioni la concezione islamica del matrimonio.


E LA POLIGAMIA?

Una delle questioni più frequentemente utilizzate per criticare la concezione islamica della famiglia è la possibilità per un uomo di avere più di una moglie.

Non nascondiamola.

Il Corano consente all’uomo di sposare fino a quattro donne, ma pone immediatamente una condizione estremamente seria:

“Se temete di non essere giusti, allora una sola.”
Corano 4:3

E afferma inoltre:

“Non potrete mai essere perfettamente equi tra le mogli, anche se lo desiderate.”
Corano 4:129

La poligamia, nella concezione islamica, non è libertà sessuale senza limiti né una moltiplicazione di relazioni occasionali.

È la possibilità di contrarre ulteriori matrimoni, ciascuno dei quali comporta diritti, doveri e responsabilità.

La seconda donna non viene concepita come un’amante clandestina.

È una moglie.

Ha diritto al mahr, la dote nuziale, al mantenimento e agli altri diritti derivanti dal matrimonio secondo la legge e il diritto familiare applicabili.

Anche i figli nati dal matrimonio hanno una filiazione riconosciuta e i relativi diritti.

L’uomo, quindi, non assume soltanto una nuova relazione.

Assume una nuova responsabilità.

Storicamente la poligamia ha potuto inoltre rispondere a differenti circostanze sociali e familiari: vedove con figli rimaste senza sostegno, squilibri demografici conseguenti alle guerre o situazioni nelle quali una coppia non riusciva ad avere figli e poteva affrontare il problema attraverso un secondo matrimonio anziché attraverso una relazione clandestina.

Dobbiamo però essere rigorosi: queste sono possibili circostanze storiche, sociali o personali, non condizioni poste dal Corano per autorizzare un secondo matrimonio.

Anche sul consenso della prima moglie occorre essere precisi.

Non può essere presentato come requisito universale del diritto islamico classico. Oggi, tuttavia, le legislazioni dei Paesi musulmani regolano la poligamia in maniera molto differente e possono prevedere autorizzazioni, condizioni, restrizioni o tutele specifiche; anche il contratto matrimoniale può assumere rilevanza secondo l’ordinamento applicabile.

Questo punto permette di comprendere una differenza fondamentale.

Un uomo che intrattiene segretamente una relazione extraconiugale tradisce il proprio matrimonio senza assumere verso l’altra donna le responsabilità di un marito.

Nel matrimonio poligamico islamicamente riconosciuto, invece, l’uomo non può pretendere soltanto i benefici di una relazione: deve assumerne anche gli obblighi.

Questo non significa che la poligamia sia adatta a ogni famiglia.

Non significa negare la gelosia, la sofferenza o i conflitti che possono nascere.

E non significa neppure che essa rappresenti la forma ordinaria del matrimonio musulmano contemporaneo.

La domanda, allora, non dovrebbe essere soltanto:

“Quante donne può sposare un uomo?”

Ma anche:

“Quante responsabilità è realmente capace di assumersi con giustizia?”

Perché nella concezione islamica un diritto non dovrebbe mai essere separato dal dovere che porta con sé.


L’ADULTERIO: IL DIVIETO RIGUARDA LA DONNA O ANCHE L’UOMO?

Uno degli stereotipi più pericolosi consiste nel pensare che la morale sessuale islamica riguardi soprattutto la donna.

Non è così.

Il Corano afferma:

“Non avvicinatevi alla zinā. È davvero una turpitudine e una cattiva via.”
Corano 17:32

Il comando non dice:

“Donne, non commettete adulterio.”

Si rivolge alla comunità.

Uomo e donna sono entrambi moralmente responsabili.

Non esiste un adulterio che diventa moralmente accettabile perché commesso dall’uomo.

Una società che pretende fedeltà dalla moglie e considera normale l’infedeltà del marito non sta applicando due principi islamici.

Sta applicando due pesi e due misure.


PERCHÉ L’ISLAM È COSÌ SEVERO SULL’ADULTERIO?

Per comprenderlo dobbiamo uscire dalla sola dimensione sessuale.

Un tradimento può coinvolgere molte persone.

Il coniuge.

I figli.

Le famiglie.

La fiducia.

La stabilità emotiva.

In alcune situazioni anche questioni patrimoniali e di filiazione.

Per questo l’Islam non considera la sessualità qualcosa di sporco.

Al contrario, la riconosce all’interno di un rapporto nel quale desiderio e responsabilità vengono uniti.

Il problema non è l’amore.

Il problema è separare completamente il desiderio dalle conseguenze delle nostre azioni.


E LE COPPIE DI FATTO?

Qui dobbiamo distinguere la prospettiva religiosa da quella civile.

Nelle società europee milioni di persone convivono senza essere sposate. Gli ordinamenti giuridici riconoscono, in forme differenti, diritti e tutele alle coppie non sposate.

Questa è una realtà sociale e giuridica che deve essere descritta senza insultare o giudicare le persone.

Dal punto di vista islamico, tuttavia, una relazione sessuale al di fuori del matrimonio non equivale al nikāḥ.

Dire questo non significa mancare di rispetto a chi compie una scelta diversa.

Significa semplicemente essere chiari:

La libertà religiosa comprende anche il diritto di una religione a proporre un modello morale differente da quello prevalente nella società.


E LE UNIONI TRA PERSONE DELLO STESSO SESSO?

È opportuno affrontare con la stessa chiarezza anche un’altra questione contemporanea.

Nella concezione islamica classica, il nikāḥ è l’unione matrimoniale tra un uomo e una donna.

La tradizione giuridica islamica non riconosce quindi come matrimonio religioso un’unione tra persone dello stesso sesso e considera illeciti i rapporti sessuali tra persone dello stesso sesso.

Questa posizione religiosa deve poter essere espressa con chiarezza.

Ma occorre aggiungere qualcosa di altrettanto importante.

Affermare una norma religiosa non significa autorizzare disprezzo, umiliazione, discriminazione o violenza verso una persona.

Una cosa è il giudizio morale che una religione formula su determinati comportamenti.

Un’altra è la dignità dell’essere umano.

In una società pluralista convivono musulmani, cristiani, ebrei, appartenenti ad altre religioni, agnostici e atei, con concezioni anche profondamente differenti della famiglia e della sessualità.

Il dialogo autentico non consiste nel fingere che queste differenze non esistano.

Consiste nel poterle esprimere senza odio e nel rispetto reciproco.


MA ANCHE IL MATRIMONIO PUÒ FALLIRE

Difendere il matrimonio non significa idealizzarlo.

Esistono matrimoni musulmani infelici.

Esistono tradimenti.

Esistono separazioni.

Esistono uomini violenti.

Esistono donne che tradiscono.

Esistono famiglie nelle quali la religione viene invocata per nascondere comportamenti che con misericordia e giustizia hanno poco a che fare.

Il matrimonio, da solo, non rende virtuosa una persona.

E una cerimonia religiosa non trasforma automaticamente una relazione sbagliata in una relazione sana.

L’Islam stesso riconosce che un matrimonio possa terminare.

Il divorzio esiste nella giurisprudenza islamica.

Perché proteggere la famiglia non può significare obbligare due persone a vivere per sempre nella violenza o nell’umiliazione.


IL MATRIMONIO PROTEGGE SEMPRE LA DONNA?

Non necessariamente.

Dipende da come viene vissuto.

Un matrimonio nel quale la moglie viene privata dei propri diritti, maltrattata o umiliata non diventa giusto soltanto perché porta il nome di matrimonio.

Ma un’unione formalizzata può creare responsabilità chiare.

Chi deve contribuire economicamente?

Quali sono i diritti dei figli?

Quali responsabilità esistono in caso di separazione?

Che cosa accade al patrimonio?

La formalizzazione di un rapporto non dovrebbe servire a imprigionare due persone.

Dovrebbe servire anche a rendere visibili le responsabilità reciproche.


LA FEDELTÀ È UNA PERDITA DI LIBERTÀ?

Arriviamo allora alla domanda centrale.

Quando due persone si promettono fedeltà, stanno perdendo libertà?

In un certo senso rinunciano volontariamente ad alcune possibilità.

Ma questo accade in moltissimi aspetti importanti della vita.

Quando diventiamo genitori assumiamo responsabilità che limitano alcune nostre possibilità.

Quando accettiamo un incarico assumiamo obblighi.

Quando facciamo una promessa rinunciamo alla libertà di comportarci come se quella promessa non fosse mai esistita.

Eppure non consideriamo automaticamente tutto questo oppressione.

Perché esiste una differenza fondamentale tra un vincolo imposto e un impegno liberamente assunto.


FORSE ABBIAMO CONFUSO LIBERTÀ E ASSENZA DI LIMITI

La società contemporanea ci ha insegnato giustamente a difendere la libertà individuale.

Ma la libertà può essere interpretata in due modi.

“Sono libero perché nessuno può impormi nulla.”

Oppure:

“Sono libero anche perché posso scegliere consapevolmente qualcosa e rimanere fedele alla mia scelta.”

La seconda forma di libertà contiene una parola fondamentale:

Responsabilità.


ANCHE IL DESIDERIO HA DEI LIMITI?

Se desideriamo qualcosa, il fatto stesso di desiderarla ci attribuisce automaticamente il diritto di ottenerla?

Naturalmente no.

La vita sociale è costruita anche sulla capacità di governare alcuni desideri.

Lo facciamo per rispetto della legge.

Per rispetto degli altri.

Per i nostri figli.

Per la nostra salute.

Per mantenere una promessa.

La prospettiva religiosa aggiunge un ulteriore livello:

Lo facciamo anche perché crediamo di essere moralmente responsabili davanti a Dio.

Ed è proprio qui che questa serie arriva alla sua domanda finale.


SE NESSUNO VEDE, SIAMO ANCORA RESPONSABILI?

Un marito può tradire senza essere scoperto.

Una moglie può mentire.

Una persona può vivere una doppia vita senza che la società ne venga mai a conoscenza.

Se la morale dipendesse esclusivamente dallo sguardo degli altri, ciò che nessuno scopre potrebbe sembrare irrilevante.

La fede introduce invece un’altra prospettiva.

L’essere umano non è responsabile soltanto quando qualcuno lo osserva.

È responsabile anche nella solitudine.

Non perché debba vivere continuamente nella paura.

Ma perché ritiene che le proprie azioni abbiano un significato che supera l’approvazione sociale.


DALLA DONNA ALLA DOMANDA SULL’ESSERE UMANO

Forse qualcuno si domanderà che cosa abbia a che fare tutto questo con una serie iniziata parlando del velo.

Molto.

Abbiamo scoperto che dietro il velo c’era la libertà.

Dietro la libertà abbiamo trovato la scelta.

Dietro la scelta abbiamo trovato la responsabilità.

E dietro la responsabilità troviamo adesso una domanda ancora più grande:

Responsabili davanti a chi?

Per il credente la risposta comprende Dio.

Per l’ateo o il non credente può essere completamente differente.

E sarebbe profondamente scorretto sostenere che chi non crede in Dio sia automaticamente privo di morale.

Un ateo può amare.

Può essere fedele.

Può sacrificarsi per i propri figli.

Può aiutare uno sconosciuto.

Può dedicare la propria vita agli altri.

Può essere profondamente onesto.

La vera domanda quindi non è:

“Può una persona essere buona senza credere in Dio?”

Certamente può esserlo.

La domanda filosofica è molto più profonda:

Se non esistono Dio e un’altra vita, quale significato ultimo possiamo attribuire alla nostra esistenza, al bene compiuto e alle ingiustizie rimaste impunite?

E, al contrario:

Se Dio esiste e la morte non rappresenta la fine, come dovrebbe cambiare il nostro modo di vivere, amare, scegliere e utilizzare la nostra libertà?

È da questa domanda che partirà l’ultimo episodio.


NEL PROSSIMO E ULTIMO EPISODIO DI “OLTRE IL VELO”

9 di 9 – SI PUÒ VIVERE SENZA DIO?

Due prospettive sulla vita, sulla morale, sulla morte e sull’Aldilà.

Non sarà un processo all’ateismo.

E non sarà una predica.

Proveremo a mettere davanti al lettore due prospettive.

Quella di chi ritiene che questa vita sia l’unica che possediamo.

E quella di chi crede che la nostra esistenza continui oltre la morte e che un giorno saremo chiamati a rispondere delle nostre azioni.

Il Corano pone una domanda straordinariamente semplice:

“Pensavate che vi avessimo creati invano e che non sareste stati ricondotti a Noi?”
Corano 23:115

Dopo aver discusso per otto episodi come dovremmo vivere, rimane forse la domanda più difficile:

Perché viviamo?


Alfredo Maiolese
Presidente – European Muslims League (EML)


#EuropeanMuslimsLeague #OltreIlVelo #Marriage #Family #FaithAndSociety #Responsibility #InterculturalDialogue

Nessun commento:

Posta un commento